LA PIU’ GRANDE SODDISFAZIONE

La sonnolenza era solita prendermi durante le ore di matematica. Non riuscivo a tenere gli occhi aperti, i processi logici che determinavano la successione di numeri e simboli alla lavagna mi erano sconosciuti ormai da qualche anno, quindi accasciavo il capo tra la le braccia già accasciate sul banco e facevo un pisolino per un numero di minuti legato alla pazienza e alla resa della professoressa nei miei confronti. Qualche giorno voleva tirarmi in qua, e salvarmi, allora alzava la voce, il compagno di banco mi svegliava e io mi scusavo grattandomi un occhio cisposo; altri giorni -mi dicevano i miei compagni- sospirava contrariata, lasciandomi dormire, il che risultava il miglior modo per mantenere la forma nelle ore successive.

Ci fosse stata letteratura italiana o latina, beh, teoricamente non cambiava molto: avrei potuto benissimo continuare a dormire. Il professore, un tizio con il pizzetto da comunista fervente e la pancia mostrata con orgoglio, aveva un tono di voce da messa solenne. Più di una volta avevo tentato di dedicargli attenzione, ma era davvero impossibile, nel giro di poco i concetti si trasformavano in un sermone formato da semplici lettere in successione e brevi pause di silenzio. Purtroppo, tra i difetti, oltre al tono di voce, il professore poteva vantare una perentoria severità. Se si accorgeva che si stava facendo altro, come chiacchierare (o dormire), urlava il nome del colpevole e partiva con un discorso d’accuse e minacce poco invitanti sulla media di voto. 

Durante le ore di storie dell’arte, forse perché trovavo l’attività affine ai dipinti di Delacroix o alle architetture del Borromini, disegnavo i miei personaggi, guerrieri pieni di cicatrici, con spadoni pronti alla battaglia, o pirati dai sorrisi scaltri, decisi a saccheggiare qualche isola; durante inglese cercavo di carpire il senso delle frasi della professoressa -una donna magra, le rughe appena accennate su un bel viso, gli occhi decisi, un portamento fermo- dato che parlava solo, nessuna eccezione inclusa, nella lingua straniera fino al suono della campanella. A proposito di campanella, ad ogni pausa tra un’ora e l’altra mi infilavo in bagno a fumare una sigaretta. In compagnia di un altro compagno di classe, un musicista con addosso sempre maglie scure dei suoi gruppi preferiti, lanciavamo volute di fumo nell’aria puzzolente di pipì e ci raccontavamo che ce l’avremmo fatta a diplomarci. Sarebbe stato più semplice stare attenti e non rientrare con una decina di minuti di ritardo ad ogni lezione odorando di posacenere, ma noi volevamo farcela a modo nostro.

Il professore di scienze era un uomo pelato dall’espressione sorridente. Ripeteva continuamente che a lui non fregava niente di quello che facevamo durante la sua ora, bastava non disturbassimo. Se non avessimo voluto ascoltare, sarebbero stati fatti nostri. Tanto i compiti e le interrogazioni si basavano comunque sulle informazioni del libro di testo, lui le avrebbe semplificate e riassunte per chi fosse interessato, e io, Mirco, Stefano e Riccardo non eravamo molto interessati. Quindi ci dedicavamo, stando attenti a mantenere un tono di voce basso, in uno stile che definirei bibliotecario, ai racconti del sabato sera.

Eravamo noi quattro, sistemati non so perché in una lunga fila di banchi al lato opposto della cattedra. Stefano era un riccioluto con il viso da bambino delle pubblicità e un atteggiamento a tratti scontroso, dettato dalla sua passione per il nonnismo da spogliatoio e il rugby. Riccardo era anch’esso riccioluto, moro, un corpo sottile e un sorriso dal volume eccessivo, quasi echeggiante; studente dalle capacità spiccate, si faceva facilmente distrarre dai nostri richiami. Mirco era un toretto dalla mascella prominente e la capacità di esprimersi di un orso, alla continua ricerca di una frase intelligente da dire senza mai riuscire a trovarla. Io ero l’unico biondino, definito tale per l’evidente propensione al chiaro dei miei capelli dal ciuffo ben sistemato, definizione che avevo sempre odiato, visto il colore tendente al ben più originale rosso ramato.

L’ora più congeniale era quella di storia e filosofia. La professoressa ricalcava lo stereotipo della studiosa eclettica sputata fuori dalla facoltà umanistica, una versione più ordinata di Sibilla Cooman di Harry Potter. Era forse eccessivamente buona, forse eccessivamente stanca, ma qualunque fosse la precisa causa della sua permissività, il risultato delle sue lezioni era un borboglio continuo di chiacchiere e desideri studenteschi accompagnati in sottofondo da note stridule di pensieri hegeliani o vaghi fattacci dell’Ottocento. Noi dell’ultimo banco cercavamo di spaziare su argomenti di ampio respiro -per rispetto delle materie di cui avremmo dovuto imparare qualcosa- ma più personali, di un presente più imminente, come le scelte sul nostro futuro, all’epoca roseo e pieno di possibilità.

Capitò un’ora, più o meno a tre quarti dell’anno, in un periodo di rilassamento prima del terrorismo psicologico dettato dagli esami di maturità, in cui ci ritrovammo silenziosi a non saper cosa dirci. A non aver voglia di ripercorrere i terreni di dialogo già percorsi, ma, allo stesso tempo, a non poter ascoltare le spiegazioni della professoressa, ormai alla quarta lezione su Nietzsche e da cui era ben complesso cominciare a comprendere i ragionamenti. Decisi di darmi da fare come meglio potevo, decisi di inventare un gioco da tavolo con sfide continue da affrontare nell’ora stessa tra gli altri compagni di classe e l’insegnante. Mi misi al lavoro con matita e foglio protocollo, sentendomi davvero un Superuomo. Tracciai un percorso, una sorta di giro dell’oca, diviso per caselle sulle quali mettevo ogni tanto penitenze o premi.

Più studiavo la composizione del gioco, più mi accorsi che la soddisfazione d’inventare penitenze vinceva sui premi dieci a uno. Allora su una casella scrivevo Hai preso un brutto voto, devi lanciare un urlo di un secondo per la rabbia oppure Sei stato talmente scarso nella prova di italiano che da adesso fino alla fine dell’ora, per coerenza, abbaierai e non parlerai. Mi accorsi che dalla casella che recitava Un altro 4, torna indietro di 2, così sembra di essere arrivato a 6 si finiva sulla casella Fisica 3, torna indietro di 3 per rendere omaggio al voto della professoressa, e allora, vista la soddisfazione che mi montava dentro, al posto di correggere il doppio arretramento, continuai ad aggiungere arretramenti fantasiosi, in modo tale da far ripartire dal punto iniziale il malcapitato che fosse finito su Un altro 4, torna indietro di 2…. In una ventina di minuti avevo confezionato il gioco, con un unico e fantomatico premio finale, un diploma da cinquantanove su cento. Con scotch e carta formammo il dado, e cominciammo.

Mirco, l’orso che cercava sempre una frase intelligente come Paperino la fortuna, finì sulla casella dell’abbaiare, e, da concorrente serio, smise di parlare cominciando ad imitare i versi del suo spinone. Io finii, per un’onesta trappola del destino, sulla casella degli arretramenti continui. Stefano cacciò l’urlo deciso dal regolamento e dalla sua sfortuna: fu una sorta di breve sirena che fece rizzare le orecchie all’intera classe, i cui sguardi si soffermarono per qualche secondo sulla nostra zona formando un immaginario punto di domanda, a cui noi rispondemmo con un confuso chissà. Riccardo riuscì ad evitare le trappole, da bravo studente modello qual era, ma a poche caselle dall’arrivo, a pochi minuti dalla campanella della ricreazione, fu Mirco a vincere moralmente il gioco. Gli capitò una penitenza particolare: doveva alzarsi e contemplare il cestino vicino alla lavagna per una trentina di secondi. Non si tirò indietro, con una grinta eccezionale e un passo deciso, arrivò a destinazione e cominciò a fissare l’oggetto con una posa alla Il Pensatore di Rodin. Noi cominciammo a ridere, le nostre risate attirarono l’attenzione degli altri compagni che notarono Mirco fermo e in osservante concentrazione. La professoressa se ne accorse e gli si rivolse: “Cosa succede?…Quali importanti risposte cerchi nel cestino?”. Mirko guardò la professoressa, guardò con un mezzo sorriso noi, quindi di nuovo la professoressa. Rispose: “Wof wof!”

Riccardo uscì con quasi cento, e si arrabbiò per il quasi; Stefano con un settanta abbondante e si arrabbiò per il settanta; io esultai per il mio sessantuno. A Mirco le cose andarono peggio: all’esame orale la maledizione della frase intelligente si abbatté nuovamente su di lui e dovette ripetere l’anno. Al mio orale, dopo una serie di domande in cui avevo cercato di destreggiarmi con risultati altalenanti, il professore di ginnastica prese parola e mi chiese quale fosse stata, in quel lungo e complesso anno scolastico, la soddisfazione più grande che avessi provato. Io ci pensai su, espirai forte. Era la domanda di chiusura dell’esame, quella da distensione dei nervi. Guardai davanti a me la commissione d’esame, le facce serie e corrugate che aspettavano una risposta adeguata. Cominciai a fare un gran discorso su qualche materia, sugli argomenti passati in rassegna da settembre, ma nella mia testa solo una risposta risuonava di tutti i significati che avrei portato con me negli anni avvenire, e suonava a grandi linee come un: “Wof wof!”