
Negli ultimi tempi, un paio d’anni scarsi, vista l’età che avanza e l’accasarsi di quasi ogni conoscente conosciuto nei miei trentasette anni di vita, la domanda mi provoca un mite imbarazzo. “Ce l’hai la morosa?”, e io rispondo con un timido sorriso “No”, e allora dall’altra parte la stessa voce, forse un po’ troppo curiosa, chiede: “…E come mai?”.
Vogliamo davvero scavare?
Non che ci siano grandi rivelazioni, ma la questione non si risolve in una chiacchiera di qualche minuto: purtroppo, mancano indizi lampanti come un’imprevista omosessualità o un lavoro talmente caotico da non permettere una vita ordinata (un attore, una spia, un contrabbandiere).
L’unico rapporto serio – o almeno considerato tale – l’ho avuto quando ancora non ero laureato, ed è durato un anno e quattro mesi. Ad un’analisi onesta, è durata molto di più la mia sofferenza dopo la rottura inaspettata in un giorno infrasettimanale di maggio.
Lei mi ha chiamato al cellulare e, con la voce seria, mi ha detto che dovevamo parlare: suonava più come una convocazione che come un incontro. Io sono andato immediatamente davanti a casa sua e lei, sempre seria, distante nonostante fosse seduta al lato passeggero della macchina, mi ha detto che non mi amava più e non c’era niente che potessi fare. C’era una devastante sicurezza nel suo atteggiamento e passare i due anni successivi a tentare di riconquistare il suo cuore è stata una delle scelte più stupide della mia vita (per ora). Più che quel periodo di tentativi falliti però – sicuramente ostico per l’autostima ma superato – a segnarmi sono state le sensazioni di inadeguatezza durante il periodo per così dire “florido” del rapporto*.
Mi sentivo sempre qualche passo indietro al traguardo che – immaginavo – lei volesse vedermi tagliare. E se io pigiavo il tasto su noi due, lei sperava proprio nell’esatto opposto, ovvero che io concentrassi gli sforzi esclusivamente su di me. Ero un ragazzo, come si dice, un po’ perso, poco interessato all’università e dedito a perdere tempo. Lei desiderava che trovassi una direzione per il futuro mentre io faticavo a pensare al domani, figuriamoci al dopodomani. Connesso forse a questo fraintendimento, avevo l’impressione che buona parte degli altri ragazzi – chi perché fulgido nella sua ambizione, chi perché più appassionato – fosse una minaccia reale al nostro amore. Mi sentivo, in buona sostanza, debole e precario.
Come tutti i principianti, avevamo e avevo commesso degli errori.
Quasi come fosse una risposta d’orgoglio, come un pendolo che rallenta solo agli estremi, verso i trent’anni mi sono ritrovato completamente invischiato nella prospettiva opposta: ho incontrato la scrittura e mi ci sono buttato senza dubbi né eccezioni. Da solo, avrei costruito le mie capacità perché nel mio futuro non riuscivo più a vedere relazioni di coppia o case o vacanze, ma libri e storie, e parole, parole, parole da scoprire sotto gli occhi o sotto le dita. Se l’amore romantico aveva sfinito la mia autostima, e ogni errore rivelava quanto il fondo potesse essere più profondo, l’amore per i libri e la scrittura mi ha dato vigore, e ogni errore è diventata una scusa per innalzare l’asticella.
Il desiderio della mia vecchia ragazza, ovvero che trovassi la Strada, si è espresso tardivamente, in una materia che in realtà prevede, per la sua natura e per le sue dinamiche nel mondo odierno, una marcata dose di solitudine.
A fare l’avvocato del diavolo – e in questo caso (come in quasi tutti i casi) ha ragione – non ho accettato l’idea di deludere qualcun altro: se infatti la scrittura è un gioco riservato, che ricade prima di tutto su di me – poi nel lettore, ma la delusione riguarda un mio lavoro, nessuna condivisione – le responsabilità di un rapporto, e quindi anche gli errori e le incomprensioni e le scelte – tutta la sua costruzione – riguardano due ruote che lavorano insieme: ed eccomi pronto e di nuovo amareggiato a sentirmi quella sgonfia tra le due.
Ho provato di nuovo amore per un’altra persona in questi quindici anni? Sì, ma entrambi avevamo – io in tutto quello che ho scritto – forze opposte a tenerci abbastanza distanti per non essere sconfitte. L’amore, preso da solo, non basta più. E forse alla fine è un po’ la riposta alla famosa domanda: “…E come mai?”. Più vado avanti e più deve avvenire una sorta di incastro.
È una parola dal suono duro e grattato: niente di particolarmente romantico.
* Non sto appioppando colpe a lei o a me, sto solo raccontando le ombre del mio amore.
