
Nessuno sperava in una vittoria. D’altronde era un miracolo che i ragazzini del Preganziol Pallacanestro fossero arrivati fino ai quarti di finale del campionato regionale. Si diceva che fosse stato l’allenatore, Stefano Tenaci, un uomo sui quarantacinque anni, con i capelli tagliati a spazzola -la filosofia da esercito- e gli occhiali rettangolari dalla montatura fina -l’attitudine del topo da biblioteca- a dare vigore al talento; a ricamare, attraverso le possibilità offerte dai suoi giocatori, la perfetta tessitura di una squadra. Il filo necessario: le capacità fuori dal comune di Riccardo Nasti, aspirante playmaker professionista, ancora bassetto per l’età ma dalle spalle larghe e gli occhi pronti alle sfide. Non un gran chiaccherone fuori dal campo, ma capitano chiaro e deciso, asso integerrimo del passaggio e del palleggio. In molti già si domandavano dove sarebbe andato il prossimo anno, quale squadra d’Italia sarebbe riuscita ad accaparrarsi il cartellino e le attenzioni dei genitori, ma ancora più in dubbio era fino a dove avrebbe trascinato il Preganziol Pallacanestro in quella stagione. La grande sfida, fino ad allora solo immaginata ai bar del paese, la partita contro il Treviso Basket e i suoi atleti selezionati in giro per il Veneto e oltre da fior fiore di esperti, avrebbe garantito il posto tra le prime quattro della regione. Come già detto: nessuno sperava davvero in una vittoria.
Le emozioni di Riccardo -il guazzabuglio d’ansia da prestazione punzecchiato dal palazzetto urlante dai cui spalti tremolavano bandierine dei colori del blu e del rosso -la zona del Preganziol- e del blu e del bianco -la zona del Treviso- passarono presto in favore dell’agonismo; il gioco catturava ogni particella dei suoi pensieri, li guidava a ritmo di schemi difensivi e offensivi.
Il primo quarto si mantenne su una situazione di sostanziale parità. I giocatori del Treviso si fecero notare fin da subito per le doti atletiche e, a mettere in mostra il suo arsenale d’attacco, fu il chiacchierato Federico Rigamonti, un ragazzino fino dalle braccia lunghe, il viso appena squadrato e il naso storto a causa di uno scontro a rimbalzo durante la prima infanzia. Ad ogni modo, Preganziol non si arrese: le dinamiche di squadra, la gestione di Nasti e le indicazioni agguerrite di coach Tenaci garantirono uno svantaggio sottile, di appena due punti. Fu il secondo quarto a tramutarsi in una sofferenza continua: la difesa del Preganziol mollò le pressioni, perse quindi fiducia, Rigamonti cominciò a bucare da ogni dove, i tiri sembravano sentenze, le penetrazioni promesse. All’intervallo Treviso era sopra di diciotto e, mantenendo quel ritmo, avrebbe quantomeno raddoppiato il vantaggio prima del fischio finale.
Quello che passò per la testa a Riccardo Nasti fu una banale conseguenza dei suoi obiettivi, avvallati dalla naturale propensione alla carica di Tenaci. Il coach muoveva le braccia, alzava la voce, durante l’intervallo batté più volte la mano contro la porta blu dello spogliatoio. Incitava con il corpo e con la mente. Bisognava provare a vincere: lo volevano tutti, lo volevano loro. A tre minuti e trentaquattro secondi dall’inizio dal terzo quarto, Riccardo non pensò con chiarezza a quel che fece, fu un semplice movimento in risposta all’atmosfera, al momento, alle aspettative che impuzzolentivano l’aria del palazzetto. Dopo un cambio difensivo, marcando Rigamonti, questo saltò per tirare e Riccardo rimase immobile per quasi la totale interezza del corpo, le braccia tese in su a non commettere fallo. Fu solo il piede a spostarsi di pochi centimetri, un nonnulla -quasi uno sbaglio condito dall’intenzione, non il contrario- e Rigamonti ricadde giusto con il piede sopra il suo. Ci fu un rumore di sgretolamento mitigato dalle urla di entrambi, il pizzico d’intenzionalità cancellato dall’immediatezza.
Uscirono, in panchina furono accerchiati dagli pseudo-massaggiatori delle società. Nasti aveva preso una botta, niente che non gli impedì di rientrare in campo dopo un minuto e mezzo. Per Rigamonti, l’affare sembrava più complicato, il gonfiore avrebbe avuto bisogno di una valutazione specifica.
Riccardo Nasti si sentì in colpa, un macigno sul petto, ma, come succedeva sempre, una volta in campo riuscì a focalizzarsi solo sul gioco. A fine quarto il Preganziol Pallacanestro agguantò la parità e, guidato dal pubblico in visibilio per l’avvenuta rimonta, strappò una vittoria di ben cinque punti agli eterni vincenti della provincia: la parabola di Davide contro Golia aveva avuto un ulteriore teatro della sua verità manifesta. A Riccardo Nasti tutti fecero i complimenti, i compagni e Tenaci, i genitori e gli zii, il paese intero gli riservava grandi sorrisi di gioia e ammirazione. Riccardo si sfilò dal carosello, il pensiero di Rigamonti tornò a tartassarlo. Chiese al coach come stava il rivale di giornata, e Tenaci gli diede un buffetto, tramutò il sorriso in una risata. Poi gli rispose: “Starà bene, non preoccuparti. Di cosa vuoi preoccuparti? Sei stato bravo, hai vinto!”, a cui seguì un occhiolino. Il coro Richi Richi Richi si innalzò fino a rimbombare. E rimbombare, e rimbombare, e Riccardo Nasti si sentì un vincente e si sentì un bugiardo. Ma i festeggiamenti continuarono, vennero sparati a mo’ di petardi, e quella sensazione d’inganno colò a picco come un cadavere in un fiume.
