
Come molte altre mansioni lavorative che al giorno d’oggi si sono auto-nobilitate, mi piacerebbe definire l’attività del centralinista -l’attività di rispondere al telefono – un’arte. Purtroppo, non lo è.
Le richieste dall’altra parte del filo variano molto, sono tra le più disparate, e se io ho una nota artistica nel modo in cui affronto il compito è che non so mai niente. Per certi versi, sta nelle regole del gioco: il centralinista passa le chiamate a chi ha il compito di sapere. In soldoni, io devo sapere chi sa, e già qui me la cavo un pelino meglio. Per altri versi, faccio il possibile per non sapere niente di più. Mi ci impegno proprio, tanto che lo considero quasi il mio lavoro, quello di RIUSCIRE a non sapere. Se qualcuno ha bisogno di conoscere informazioni sui biglietti – lavoro in una sorta di azienda che organizza mostre e festival vari – lo passo difilato alla biglietteria, se qualcuno vuole sapere come funzionano i tirocini, lo passo all’ufficio competente, e così via.
Una volta mi è stato chiesto se fossimo interessati – in nome dell’azienda – a organizzare una partita di calcetto tra le personalità invitate ad un festival – attori e registi cinematografici – e un gruppo di ex carcerati di un centro di recupero. Di solito non prendo responsabilità di alcun tipo, ma in quel caso, dopo aver comunque dato la mail di riferimento, ho invitato a lasciar perdere. “Non fa alcun male eh, sia chiaro, ma almeno si risparmia del tempo” ho detto. “Però è un’iniziativa…bella” ha allora replicato.
In molti chiamano sperando che le loro belle iniziative vengano sponsorizzate o trovino uno spazietto tra i festival e le mostre. E in molti utilizzano il termine bella intendendo nobile. Mi hanno chiamato associazioni di boy-scout e di cultori di lingue dimenticate, presidenti del circolo sotto casa e insegnanti di corsi creativi per alcolisti anonimi. Tutti speravano che le porte venissero aperte in nome dell’etichetta culturale. Purtroppo, la cultura non è l’industria culturale. Se nel primo caso si può concepire anche una nobilità di intenti, nel secondo, il primo termine schiaccia con il suo piedone il secondo. È, prima di tutto, un’industria. E, esattamente come tutte le altre categorie di industrie, deve fare i conti con…i conti.
Poi ci sono gli interessi. L’azienda – ripeto, una sorta di azienda – dove lavoro, così come il resto di associazioni e istituzioni culturali altisonanti in giro per l’Italia (forse nel mondo?), ha un’ossessione tremenda per il prestigio e il suo mantenimento. Ci sono dei motivi validi, legati alla soggezione del pubblico – anche il pubblico tende a voler frequentare determinati ambienti per essere illuminato da quell’alone di prestigio – e alla possibilità di mantenere un’alta reputazione, in modo tale che a qualsiasi iniziativa venga riconosciuto un valore aprioristico. Sia chiaro: non c’è niente di terribile, così vanno le cose, però l’attitudine, per logica conseguenza, sarà – se non proprio alla chiusura – all’indisponibilità.
Ho risposto: “Sono certo che sia una bella iniziativa (ho cercato di dimostrare un po’ di fiducia) ma purtroppo la politica aziendale è di non sponsorizzare niente al di fuori dei nostri eventi”.
Una chiamata quasi commovente è stata quella di una ragazza con la sindrome di down; desiderava lavorare ad un nostro evento e purtroppo aveva chiamato leggermente in ritardo sulla tabella di marcia delle assunzioni. Ho iniziato dicendole che, anche se avesse mandato il curriculum, non sarebbe stata assunta. Dalla cornetta i sussulti dal pianto hanno cominciato a farsi sentire, e lei, balbettando un po’ per sua natura, e un po’ per le lacrime, mi ha chiesto se non volessimo assumerla in quanto “handicappata”. “No! No!” ho cominciato a dire concitato, “…No! Ma figurati! È solo che abbiamo già selezionato i candidati”.
In genere, con chi cerca lavoro, esprimo il massimo della disponibilità. Ho un ricordo troppo vivido della sensazione che si prova, quel misto di imbarazzo e inadeguatezza. A volte capita che siano le mamme a chiamare, dicendomi “Sa, ho mio figlio che sarebbe ora si trovasse un lavoretto per l’estate…”. Anche se velato dagli anni d’esperienza, dalla capacità di distacco di un adulto fatto e finito, percepisco comunque dell’imbarazzo – immagino per la poca intraprendenza di un figlio sulla soglia dei vent’anni – e quindi, anche in questi casi, cerco di essere il più accomodante possibile.
Gli artisti stressano spesso e volentieri la mia pazienza. Non quelli arrivati, che stresseranno le segretarie e i collaboratori, ma quelli che ci provano. Di solito chiamano, presentandosi e facendosi vanto di quante opere grandiose sono riusciti a realizzare, spiegandomele poi nel dettaglio (e magari sono davvero grandiose, solo che io non lo so e non sono né deputato né interessato a saperlo, quindi sono tutte parole al vento). Ecco, non è tanto la vanagloria a tendere i miei nervi – la trovo semplicemente antipatica – ma il profluvio di descrizioni di materiali e significati, di messe in posa e arguti riferimenti teorici. Smetto di ascoltare dopo il primo minuto, e quando l’artista passa a fare l’elenco delle manifestazioni dove ha esposto i suoi lavori, comincio a sbuffare con l’intento di farlo sentire. Quando la mia risposta – ripetuta almeno tre o quattro volte – non soddisfa le speranze della controparte – sembrano pensare, com’è assolutamente lecito pensare ma non mostrare di pensare, che tutti debbano essere interessati alle loro capacità espressive, ed esserlo seduta stante – il tono si fa arrendevole, e la chiamata finisce con il mio sicuro saluto e la sua insicura ricerca verso un altro aneddoto per portare avanti la conversazione ormai a senso unico.
Peggio degli artisti in erba – per cui perlomeno c’è l’attenuante della speranza o del non riconoscimento – ci sono i giornalisti. Tendono ad avere fretta e pretese, un pessimo binomio per chi deve offrire loro un servizio. Capita che, dopo aver detto “Pronto”, mi chiedano di passargli l’ufficio stampa. Manca un minimo di presentazione – nome e cognome perlomeno, non dico la testata – e un’indicazione di quale ufficio stampa – ne conta tre l’azienda – e in generale manca la pazienza di avere a che fare con un intermediario. Una volta finivo spesso a litigare, eseguendo però il compito fino alla connessione tra le due parti; ora – diciamo da due anni abbondanti – stanco forse della sensazione di sconfitta nella guerra alla maleducazione, butto giù il telefono e, se tal giornalista prova a richiamare con lo stesso numero, non rispondo più. Mi sembra la tattica migliore per danneggiarlo: fargli perdere tempo prezioso.
Peggio dei giornalisti, ci sono alcuni visitatori-clienti, pronti a far valere i loro diritti acquisiti con il biglietto. Come sarà ovvio, nelle diatribe tra fornitore e consumatore ci sono spesso ragioni da una parte e dall’altra, e non starò qui a spada tratta a difendere l’indifendibile: in alcune occasioni, le colpe di certi disservizi sono di chi organizza le mostre – in questo caso la sorta di azienda che mi paga in maniera indiretta. Altre volte sono degli allocchi i visitatori-clienti. Ma, per quanto mi riguarda, non è tanto la ragione più forte a sancire una chiamata pacifica o meno, quanto più l’atteggiamento, il modo di parlare. Una volta, un uomo interessato a recuperare dei biglietti per la giornata ha cominciato adirato una filippica perché avevo risposto solo dopo cinque sue chiamate. Non starò qui a riassumere l’evolvere, però ad un certo punto ci siamo trovati a dirci, lui: “…non assumerei neanche morto un nulla facente come te nella mia azienda…” e io: “che cazzo me ne frega della tua azienda, ti ho per caso inviato il curriculum?”.
Insomma, anche la vita del centralinista ha le sue mareggiate da superare per arrivare a fine giornata. Qui ne ho solo riportato degli esempi, qualcuno di più felice, quei momenti del lavoro in cui ci si sente stranamente utili, e altri meno, in cui forse per trovare la soddisfazione viene più voglia di trasformarsi in un bel muro di ostilità e insolenza. Comunque sia, se cercate lavoro, chiamatemi pure al numero della sorta in azienda; per tutto il resto, vi passo i turni del mio collega.
