UNA NUOVA CONOSCENZA

C’è uno scarto tra vedere l’uomo che è il proprio padre esclusivamente come tale e riconoscerne, in certo momento della vita, le caratteristiche meno eroiche e più comuni, gioiose e sofferenti – quei banali pregi e difetti che sono stati già appioppati a destra e a manca – di una persona. Uno scarto che ha la costrizione della crescita: una presa di coscienza sul fatto che a proteggerti e crescerti non vi è stato niente di più dell’estremo impegno di un essere umano vulnerabile.

La malattia potrebbe combaciare con uno di quei momenti. Nei suoi apici drammatici, lo scarto potrebbe avere la ferocia di uno strappo; per fortuna di mio padre – perlomeno in questa storia – si tratta “solamente” di un’ernia discale e delle sue conseguenze.

Si era portato avanti il fastidio per un po’, non ricordo neanche vagamente le tempistiche, forse qualche settimana, forse qualche mese. Era un periodo in cui la mia massima concentrazione era rivolta al come non superare alcun esame universitario programmato. Una domenica di inizio primavera mi sono alzato verso mezzogiorno con la promessa nelle papille gustative di una tagliata di manzo e patate. In cucina ho invece ritrovato delle tristi bistecchine impanate. “Non c’era la tagliata, oggi?” ho chiesto con il tono deluso di un cliente in un ristorante stellato. “Ho sbagliato a scongelare…” ha sussurrato mio padre. Aveva il viso segnato dal malumore. Ho pensato che, come spesso accadeva, fosse irritato per la mia dormita mattutina, poi però mia madre, sempre in un sussurro, mi ha confessato che il dolore alla gamba e al fondo della schiena lo stava tormentando.

Qualche notte successiva a quella domenica, dei rumori hanno svegliato me e mio fratello. Dalla sua camera, nostra sorella ha chiesto: “Papà?”. Si è sentito un primo “ho sbagliato”, quindi mio padre è uscito dalla stanza con un passo claudicante; con ogni probabilità aveva già sbattuto addosso all’armadio di mia sorella e poi allo stipite della porta. Una volta in corridoio – il quale aveva in testa e in coda le porte aperte della camera dei miei genitori e quella mia e di mio fratello – è caduto. Il modo in cui il corpo è crollato sul pavimento, lento e indifferente, mi ha ricordato in un secondo momento una resa. Mia sorella a quel punto ha urlato “papà!” mentre lui continuava a sussurrare “ho sbagliato”. Anche quelle parole, ripetute dal suono della sua voce, accompagnavano la sensazione di resa. Mia mamma è corsa al telefono, pensando ad un infarto. Lo ha anche detto: “Correte! Ha un infarto!”. Mia sorella teneva la mano a mio padre disteso, che, cosciente, sembrava, più di tutto, deluso. Al telefono – lui che rispondeva alle domande ordinate della centralinista – la situazione si è man mano chiarita. Il dolore alla schiena e alla gamba lo aveva svegliato nel cuore della notte, lo aveva fatto alzare e lo aveva addirittura confuso. Lo aveva avvinto e per la prima volta, in quel corpo disteso, avevo visto mio padre arrendersi, e sbagliare.

Lo hanno tenuto in ospedale tre giorni. L’operazione era stata esclusa – i rischi non valevano le responsabilità – quindi la scelta è ricaduta sulla cosiddetta terapia antalgica. Una pozione antidolorifica che avrebbe dovuto tenere a bada quella sensazione di spada conficcata fino alla punta dai glutei al polpaccio; è riuscita nella sua missione per una settimana, poi la spada è tornata, questa volta in vesti più ordinarie nell’immaginario del dolore, ovvero mio padre disteso sul letto in un primo pomeriggio, impossibilitato a muoversi, l’arrivo del medico a certificare la disfatta delle cure, il rientro in ospedale e la ricerca di un chirurgo disponibile ad operare.

E’ stato trasferito in un ospedale della provincia di Padova, dove un impavido dal camice verde avrebbe messo mano e forbici sugli sbrodolamenti della sua colonna vertebrale. Nel giorno prescelto, io ero a seguire un workshop di giornalismo radiofonico a Ferrara. Avevo chiamato mia madre verso sera, assicurandomi che fosse andato tutto per il meglio. Se, per alcuni versi, la distanza generava un senso di colpa, per altri dava sollievo: riconoscere il cedimento del corpo, ammetterne la cruda debolezza, convivere con il dolore fisico – che rendeva mio padre molto più vicino ad una persona qualunque di quanto non lo fosse mai stato ai miei occhi – era una sfida che avrei volentieri evitato di affrontare.

Ma che, a mia insaputa, mi sarei ritrovato davanti poco dopo.

Il buon esito dell’operazione e la ripresa nei tempi prestabiliti ha dato modo all’aria respirata in casa di ripulirsi dalla tensione e dai malumori connessi. Fino a che, in un tardo pomeriggio infrasettimanale, mio padre ha rinunciato al passaggio promesso a mia madre verso casa per una strana forma di stanchezza, incipiente e debilitante. Si è messo a letto che non erano neanche le sei. Verso le sette, eravamo tutti attorno a mio padre e al suo strano stato di veglia così assonnato e mi ricordo perfettamente le pupille diventare un pozzo nero e la sua domanda, rivolta a me e mio fratello: “…E voi due chi siete?”.

Io e mio fratello abbiamo seguito in macchina l’ambulanza, che questa volta, a metà del tragitto, ha acceso le sirene. Ho sussurrato “Dai, papà…”: il terrore aveva una corsia preferenziale in quella vasta landa che era l’ignoranza di ciò che stava accadendo. Insomma, immaginate uno dei vostri genitori che vi chiede d’un tratto chi siete…che brutta botta in testa gli è arrivata?  

Al Pronto Soccorso i timori imminenti si sono sciolti in pochi minuti. Prima di tutto, perché mio padre si è ripreso da sé, e poi perché i sospetti subito confermati erano di una crisi ipoglicemica: non una passeggiata, ma contrastabile con una semplice dose di zuccheri.

Il punto non era tanto risolvere la crisi, quanto capire perché e da cosa era stata scatenata. Mio papà è stato trattenuto per un paio di settimane, rivoltato come un calzino da ipotesi e esami. Durante i primi giorni, la possibilità tirata in ballo di un tumore lo ha trasformato in un fremito costante di preoccupazione, un viso e una voce che – anche in quel caso – non avevo ancora conosciuto, il lato improvvisato di un uomo ritrovatosi senza preavvisi davanti alle peggiori paure. Dal canto mio, quelle paure – anche se del tutto irrazionali, slegate a sintomi critici e a degenze ospedaliere e a dubbi medici – mi avevano già stretto la gola, ed era stato proprio mio padre a darmi parte del conforto, disegnandomi la giusta prospettiva: un fiammifero acceso non è un incendio. Ma nel suo caso, dove sembrava ci fosse almeno una perdita di fumo, i timori poggiavano saldi sui motivi, e quei timori erano diventati anche i miei.

Se in questa storia c’è qualcuno che, in barba alle rilevazioni della sofferenza del corpo e della mente, ha sempre prestato il suo supporto istintivo, forse forgiato più sulla premura rispetto a me e mio fratello, è sicuramente mia sorella. Non parlo per mia madre, su cui mancano immagini tangibili perché, molto semplicemente, la sua presenza nei vari episodi ospedalieri equivale ad una mia assenza, ma di mia sorella sono rimaste impresse due immagini. La prima – poco sopra – della stretta di mano dopo la caduta di mio padre nel corridoio di casa, e la seconda, in ospedale, durante quella terza incursione dal sapore investigativo. Eccola lì, che gioca a carte con mio padre, lui disteso sul letto e lei sulla sedia dei visitatori, e mentre io riesco a combattere con la mia voglia di fuggire da tutti quei brutti pensieri e quella brutta situazione per massimo un quarto d’ora, lei rimane, e gioca un’altra partita ancora, e un’altra finché l’orario delle visite non termina.

Alla fine la diagnosi, correlata forse alla recente ernia, è stata meno drammatica del previsto. Quando mio padre è uscito dall’ospedale – ero andato a prenderlo in macchina – i piedi saltellavano di euforia, diceva “Vai, vai. Parti!”. Quel periodo di ricadute fisiche e incursioni ospedaliere sembrava essere finito. Non ne sono sicuro, probabilmente anche mio padre ha raggiunto nuove consapevolezze; io – come dicevo – l’ho iniziato a vedere sotto una luce diversa.

E non c’è forse un gran sollievo – una sensazione di liberazione – nell’essere visti, finalmente, per la semplicità di ciò che siamo, indipendentemente dal ruolo?