SCORTE PER L’INVERNO

Ero entrato in quel negozio del centro, che riempiva l’angolo tra due piccole strade graziose e agghindate da vasi in terracotta colmi di fiori blu e bianchi. Volevo dare un’occhiata a qualche maglione per la stagione invernale; mi piacevano quelli che erano andati in voga l’anno prima, con le renne o le fantasie norvegesi cucite su uno spesso strato di lana. Appena superato l’uscio, dal telaio della porta risuonò un trillo, per avvisare della mia presenza in quello spazio largo e illuminato da faretti bianchi qua e là. C’era una moquette beige, scaffali in legno quadrati colmi di indumenti ben piegati e qualche appendiabiti ordinatamente sparso.

“Buongiorno, buongiorno!” esclamò il commesso che mi si palesò davanti. Aveva un gilet in jeans, una camicia con i primi tre bottoni lasciati aperti a far vedere la peluria del petto, e le basette curate e rigogliose. “Come posso aiutarla?”.

“Volevo solo dare un’occhiata” e sorrisi. “Certo! A cosa?” e sorrise. “Ai maglioni!” e sorrisi. “L’accompagno” e sorrise. Mi si era attaccato. Maledizione, mi si era attaccato.

Avevamo davanti un grande espositore diviso in sezioni, sul quale maglioni dai diversi colori creavano una sorta di composizione di Mondrian. “Ne ha con qualche fantasia invernale? ha presente…” “Renne, slitte, fiocchi di neve?”, “Esattamente!”, “Sono fuori moda, ragazzo!”. Lo fissai; come fuori moda? “Da quest’anno si indosserà la tinta unita.”. “Ah”. Era un “ah” molto mogio e deluso. “Le faccio vedere!” disse con un tono squillante, da annunciatore radiofonico. Prese a dispiegare maglioni rossi con il collo a u, maglioni verdi con il collo a v, maglioni blu con il collo alto. “C’è questo, e poi questo, e questo…”. Nella mente costruivo un piano adatto per congedarmi con garbo e senza assurdi sensi di colpa, ma quello che costruivo non reggeva che qualche secondo, il tempo di venir distratto da un altro maglione, di un altro colore, con un altro collo. Scappa, mi dicevo, scappa!

“Ci penso.” dissi timidamente, una volta che l’uomo smise di mostrarmi l’intera collezione di maglioni che teneva in negozio. “Certo, non si preoccupi. Se ci tiene proprio a qualche figura invernale, mi sono rimaste delle sciarpe che potrebbero fare al caso suo. Venga, mi segua.”. Ci fermammo davanti ad un appendiabiti in acciaio, dal quale ciondolavano sciarpe di lunghezza e consistenza diversa. Lui partì: “C’è questa, vede, pura lana, ricamata con una trama norvegese, c’è questa blu con le ghirlande, c’è questa…”. Cominciava a delinearsi la mia unica possibilità d’uscita: comprare qualcosa. Qualsiasi cosa, anche un paio di calzini.

“Oh, ora non pensi che la voglia convincere, solo per mostrarle. Mi sono arrivati dei giubbotti che sono favolosi. Un tessuto unico. Venga, venga!”. Lo seguii senza protestare; ero sotto il suo più totale controllo. “Vede, piuma d’oca, con questo può andare in montagna, se non le piace qui ci sono i cappotti. Senta, senta la qualità.”. Strofinai le dita sul polsino di uno dei cappotti neri a doppio petto, ma non capivo cosa dovevo percepire; non ne sapevo mica niente io. Feci un’espressione di falso compiacimento. “Però!” dissi, per dire qualcosa.

“Allora?” domandò il commesso, allargando le braccia, come se mi stesse invitando ad abbracciarlo.

Se fossi vissuto in un mondo sincero, che promuovesse la comprensione e cooperazione tra individui, avrei valutato la possibilità di rispondere: “Mi dia il pezzo meno costoso che ha in negozio e chiudiamola qui.”. Ma il mondo in cui vivevo, in cui vivo tuttora, promuove l’imbarazzo e la vergogna per certi temi, come la limitata disponibilità economica.

“Quanto viene la sciarpa, quella blu con le ghirlande?” domandai.

“Sessanta euro. Un affare, per i materiali con cui è fatta!”. Era quello che speravo di spendere per il mio maglione immaginario.

“Ok. La prendo.”. Sospirai: era finita.

“Ha visto i guanti da abbinare?”.