SU 30 CANZONI

LATO A

Ho otto anni. Inserisco nello stereo nero con le casse incorporate una musicassetta gialla, le linee nere sul perimetro a disegnare un campo da calcio. Tengo premuto il tasto >> finché non arrivo a qualche secondo prima de “La regola dell’amico” degli 883. Lascio andare il nastro, mi metto sopra il tavolo del soggiorno fingendo di avere davanti a me una folla entusiasta per la mia prossima performance. Parte la canzone, io parto a cantare alla Max Pezzali e a ballare alla Mauro Repetto. Almeno, questa è l’idea.

Divento più trasgressivo, o desidero avere il coraggio di esserlo. Parlando con i miei amici in ricreazione, siamo d’accordo su due questioni: la più bella della classe è Chiara, e “What’s my age again” dei Blink 182 è una figata; sia la canzone che il video dove il trio tatuato corre nudo per i marciapiedi della città.

Una mora con gli occhi azzurri si sgola davanti alla telecamera; soffre per amore? E’ più bella di Chiara, è più bella di tutte. La canzone è liberatoria, non un granché, ma da un senso di potenza e speranza, di alzarsi e crederci. Ma che importa? Smetto di ascoltarla e torno a guardare i suoi occhi, gli occhi di Natalie Imbruglia mentre intona “Torn” in un appartamento senza mobili.

Sono a casa del mio amico interista. Interisti entrambi, pronti entrambi a scegliere l’Inter e a scontrarci in una partita dal sapore di pixel e frasi fatte di Giacomo Bulgarelli e Massimo Caputi. Lui con la tastiera, io con il joystick. Davanti lo schermo del suo computer, un Pentium 2 che corre come Denilson sulla fascia. Siamo carichi, ma dei colpi di batteria ci aizzano, un giro di chitarra ci fa vibrare. Infine un huuuuhuuuu ulula nelle orecchie come il richiamo del nostro istinto di battaglia. Grazie a “Song 2” dei Blur, ora siamo assetati rivali.

Manca poco al pranzo di Pasqua. Mia cugina siede sull’angolo del divano del soggiorno della taverna. Dice, indicando la televisione, un cubo nero dallo schermo gonfio: “Questi non sono male!”. Mio cugino accorre: “E’ 50 Special dei Lunapop!”. Un biondo patinato canta di una vespa che gli risolve i problemi. Io e mio fratello mastichiamo un crostino al radicchio, tenendo il ritmo della canzone con la testa, ignorando quante volte ancora la risentiremo.

Mia mamma piange al mio fianco, io le chiedo sussurrando se è tutto a posto. Lei piange più forte e si asciuga le lacrime con un fazzoletto. Attorno a noi, il buio della sala. Siamo illuminati frontalmente, dallo schermo mastodontico, dalle immagini del mastodontico Titanic che perde pezzi ed equilibrio. Io sono completamente affascinato da tutti quei rumori e quei disastri a forma di cascate e canali improvvisati tra le pareti della stiva. Lei mi dice che sì, è tutto a posto, ma singhiozza ancora più vistosamente quando parte Celine Dion e “My heart will go on”.

Mio papà canta in macchina; poi invita a cantare anche mamma, fratello e sorella. Infine insiste con me, il figlio più problematico quando si tratta di affrontare il viaggio verso la casa di montagna. Mi viene da vomitare ai tornanti, e i tornanti sembrano non finire mai. Tra un attacco di nausea e l’altro, mi domando perché dovrebbero passarmi cantando “Quel mazzolin di fiori”.

Abbiamo vinto la finale di un torneo; al collo la prima medaglia dai riflessi dorati. Siamo in mezzo al campo, a rispondere agli applausi dei pochi genitori presenti sugli spalti. Il sole si abbassa dietro la tribuna, l’aria sa di fiori e il presidente, per sorprenderci, fa risuonare dagli altoparlanti “We are the champions” dei Queen. Probabilmente, da adulto con occhio per il suo mestiere, sapeva sarebbe stata la nostra prima e unica conquista della carriera calcistica.

Sono alle medie e la più bella della classe, anche se diversa nei connotati, mora, occhi neri, si chiama sempre Chiara: senza modestia annuncio che è la mia morosetta. Ma a casa, nei video che scorrono su MTV c’è una bionda, una certa Lele Marlin che con una voce così dolce e sensuale canta “Where i’m headed”; e non capisco più chi mi piace davvero. Comincio a tradire nel bagno di casa, con i sensi di colpa che inceppano la mia serenità di mezzo uomo innamorato.

Mamma inserisce il cd nel pc. Sullo schermo si apre Windows Media Player, lei schiaccia |> , linee blu verdi e gialle si muovono a ritmo con la musica che esce dalle casse grigie. Io sono sul divano a guardare mamma che prende anche lei un certo ritmo con il bacino. “Che canzone è?” chiedo, ma lei non risponde, chiude gli occhi e canta “Pretty woman…” e inventa qualche parola in inglese.

Estate, una spiaggia dove ci circondano altri bagnanti; famiglie, pochi giovani, un bagnino invecchiato con un pallone gonfio sotto i peli folti dell’addome. Io e altri due amici ci godiamo gli ultimi giorni della prima vacanza senza genitori; ci passiamo il walkman e ascoltiamo a ripetizione “Semplicemente” degli Zero Assoluto. Impariamo a dominare e lasciar andare la nostalgia sul semplice tema di una settimana al mare.

Sul palco un amico si sgola e si muove come avesse un attacco epilettico; ma si muove bene, a tempo, snodato. Al suo fianco, un altro amico scorre la mano sulle corde della chitarra. Sotto le ragazze sono in estasi, con gli occhi lucenti e meravigliati; e io vorrei tanto trovare un modo simile d’esprimermi a quello dei miei amici e della loro interpretazione di “Welcome to the jungle” dei Guns’n’Roses.

Nel giardino della scuola, poco prima di entrare nei corridoi labirintici e nell’atmosfera carceraria della classe, un amico con il naso che si erge come una piramide nel deserto mi porge una cuffietta. In mano ha un walkman e, nella trasparenza del design, si nota un cd che gira furioso. Nelle mie orecchie girano furiose le rime di Eminem che canta “The way i am”.

Sono davanti alla televisione. Sulla testa le treccine si intrecciano a fatica, i capelli lisci non fanno attrito tra loro, quindi da una settimana non li lavo sperando che sia il sudore rappreso a fissarli come fosse gel. Ho dei pantaloni larghi come cisterne, una felpa nera con il cappuccio. Ai piedi, Converse modello Weapon. Tentennano, i piedi. Battono il ritmo sul tappeto, mentre fisso lo schermo dove gli Iam, insieme a Redman e Method Man, cantano “Noble Art”. Mi viene voglia di giocare a basket.

Il joystick in mano. Schiaccio X, X, X, X, X, “Dai muoviti!”. Parte il video prima della partita; il videogioco è “Street Hoops”, un arcade sul basket di strada. Un nero gigante, con la maglia larga dell’And1 che penzola sopra i pantaloncini, molla una schiacciata su un canestro illuminato da un faro. Un rumore strano. Un’altra schiacciata. Un altro rumore strano. E poi parte “Front 2 Back”, parte Xzibit con il suo graffio a corde vocali spiegate, mentre scorrono immagini di finte mai viste, di giochi di prestigio con il pallone arancione che gira, gira, gira e gira. Mi viene voglia di giocare a basket, ma prima faccio questa partita alla Play.

Mi metto la fascetta della Nike in testa. Mi guardo allo specchio, ho i pantaloni abbastanza bassi, la felpa abbastanza larga, la faccia abbastanza cattiva. Forse quella no, ma cerco di mantenere un ghigno, come. Uscendo dalla camera sento dalla stanza affianco, quella di mia sorella, una voce acuta da uomo alzarsi e contorcersi in strane volute. “Cos’è questa merda?” chiedo, urlo. “Guilty dei Blue, coglione!” risponde, urla mia sorella. “E’ proprio una merda!” controbatto, urlo io. Oltre la porta: “E tu sei proprio un coglione!”. Pari; esco di casa.

Non ho più le treccine, ma un ciuffo appena arruffato dalla cera per capelli. E’ il tramonto. Attorno a me un mare di persone cantano. Alla mia destra, i miei amici cantano. Io canto. Sul palco, Ligabue canta. Sullo schermo, tra le tribune dello stadio e il palco, scorrono i goal dell’Italia ai mondiali del 2006. Un coro stonato a squarciagola; sono quasi commosso, forse perché siamo tutti insieme; forse perché ricordo un momento non scontato nella vita di un uomo. Quello della vittoria di un mondiale: la piazza in festa, la condivisione del tifo e della gioia. “Una vita da mediano” rimbomba nell’aria e nei nostri polmoni.

E’ buio, poi una luce bianca. E’ buio, poi una luce blu. E’ buio, poi una luce gialla, una rossa, buio ancora. Ho bevuto troppo, e anche gli amici e gli sconosciuti al mio fianco: non riconosco gli uni dagli altri. Alziamo le braccia al cielo, ci muoviamo contorti e fieri, sento le note intrecciarsi alle vene e stringermi la testa. Se non avessi bevuto così tanto, non ballerei mai una canzone di merda come “Infinity” di Guru Josh Project. E appena recepisco il pensiero, appena affondo la coscienza e separo il mare d’alcol come fossi Mosè, mi fiondo al bar a bere ancora.

Una cena primaverile prima di affrontare le fatiche degli esami di maturità. La tavolata è lunga, i cartoni delle pizze vuoti, i bicchieri mezzi pieni e mezzi vuoti. “Adesso metto io la canzone!” fa il mio compagno di merende e di banco. “Metti i Pitura!” fa l’altro mio compagno di merende e di banco. Sorseggio un vino di pessima qualità. Nell’aria del plateatico, nel giardino dove le piante sono ombre e gli accendini luci, si alza “Pin Floi” dei Pitura Freska.

Barcellona. Razzmatazz. La sala dei concerti. Un cantante senza barba e con i capelli lunghi urla al microfono e io seguo le sue urla, mi muovo libero e sbatto addosso ai miei amici che sbattono insieme a me e ad altre trecento persone. Non sapevo che la canzone fosse “Focker” e non sapevo che loro fossero i Late of the pier. In compenso avevo la percezione che fosse finito qualcosa, ma non capivo esattamente cosa. || |>

LATO B

Il locale è fumoso, io e il mio amico stiamo per saltare; aspettiamo un segnale: la sua presenza sul palco, i raggi che si muovono, i fari che ticchettano sul posto. Con noi gli altri spettatori coperti da una coltre blu. Sono fermi fino al bar, aspettano l’attacco. Una luce, un uomo alto con la chioma riccia scura si sbraccia e si dimena; è Caparezza che apre con “Dalla parte del toro”.

Un amico prende il cellulare, va su Youtube, seleziona un video. “Guarda se non è una figata!” dice. Tiene il cellulare in modo che io e mio fratello e lui riusciamo a vedere senza riflessi lo schermo. Heath Ledger recita la parte di un attore che a sua volta recita un scena in mezzo ad una strada del Greenwich Village; dalle transenne destinate a contenere i curiosi appare Charlotte Gainsbourg che guarda Heath Ledger. La scena dopo sono al bar, parlano. Lei chiede: “Vorrei sapere cosa c’è al centro del tuo mondo?”. Il personaggio di Heath Ledger risponde: “Ho ventidue anni, credo di dover rispondere io.” Lei rimane in silenzio, poi sembra delusa. Dice: “Sei sincero, vedo.” Lui continua:“…Non credi di dover essere il centro del tuo mondo, ragionare con la tua testa, parlare con la tua bocca.” “Sì…ma ci sono altre cose importanti nel mondo.” “Questo non lo nego. Non ho detto questo.”. Lui offre una sigaretta a lei, e lei ora sembra più interessata; accetta la sigaretta e sorride. Intanto sale un’armonica. Stacco, si nomina New York e i gatti sui tetti, e poi parte una canzone mentre loro due sono inquadrati di schiena che passeggiano abbracciati per una via. “Cos’è questa?…I want you?” chiedo a mio fratello, appassionato di Bob Dylan. Lui guarda lo schermo, annuisce. Io torno a guardare lo schermo. Il mio amico continua a guardare lo schermo.

Siamo in macchina, le bacio i capelli che sanno di shampoo e sigaretta, poi passo alle labbra. Mi interrompe; dice che mi vuole dedicare una canzone dell’album che gli ho prestato. “Ok” dico io. Dalla borsa pesca il mio cd. Fuori è notte, è un martedì e ci siamo persi a parlare fino a tardi. Mette il cd originale dei Bloc Party nella fessura dell’autoradio che lo mangia, come. Rumori di ingranaggi. Preme il tasto |>| 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10 volte. Canzone numero 10. Parte un suono sincopato. E’ “Flux”.

La strada è vuota, la cingono alte e invadenti erbacce gialle. Stiamo stretti come i bagagli nel bagagliaio. Direzione mare, a casa di un amico. Qualche giorno, forse qualcosa in più. I finestrini sono abbassati e fumiamo; urliamo e scherziamo; dall’autoradio, scelta da una stazione locale, “Friday i’m in love” dei Cure.

“Comfortably Numb” dei Pink Floyd riecheggia nella chiesa, riempiendo i vuoti d’aria, creandone altri tra le costole e fino al cuore.

Mio fratello ha da poco letto il papiro; si è già lavato ed asciugato dalle uova e la salsa tirate addosso forti come il pallone quando si giocava a muretto. Un amico seleziona una canzone dal pc, “I’m a man” dei Black Strobe, e il gruppo di amici si stringe sullo spiazzo della stanza per spingersi e colpirsi con i gomiti larghi. Le amiche, sedute e spizzicando le pizzette avanzate, guardano tutto sommato schifate lo spettacolo.

Dalla camera di mia sorella sento una voce profonda e placida cantare. Mi piace la melodia. Le chiedo: “Chi è?…Non male!”. Da oltre la porta risponde: “Roo Panes, Open road!”. “Non male, davvero.” Dopo me la cerco sul cellulare domandandomi da quando mia sorella ha dei gusti, come dire, così raffinati.

Mia mamma la mugola . Mio padre la canta nella mente. La macchina intanto si immette nella circonvallazione. Il sole è alto, la città vuota; ma d’altronde è domenica, e sono le due. Io guardo fuori dal finestrino pensando a quello che devo fare: svuotare la valigia appena arrivato in casa nuova, andare al lavoro, fare la spesa, e intanto De Andrè sussurra Bocca di Rosa e riempie l’aria dell’abitacolo.

Cammino sotto i portici. La chiesa di San Marco è illuminata. Ci sono i turisti che fanno le foto alla chiesa, alla piazza, ai piccioni, a se stessi. Ai tavoli bianchi dei bar si riposano, bevono l’aperitivo ordinato al cameriere. Passo davanti ad un negozio di souvenir di vetro e il clarinetto si fa più vicino, così il piano e il violino. Conosco la canzone. Quella che gli orchestranti in livrea bianca e nera suonano sotto una piccola tenda tra i portici e il plateatico di un bar. E’ “Just a gigolo”.

Mi alzo dal divano, metto le scarpe, il giubbotto e la mascherina. Sospiro. Controllo di avere tutto, le chiavi, il portafoglio, lo zaino; controllo per un’ultima volta i balconi, il riscaldamento, il gas. Prendo il cellulare, ci infilo il jack, le cuffie alle orecchie. Esco di casa, chiudo la porta, esco dal cancelletto. Apro Spotify, rimango indeciso e scelgo senza saperlo una canzone che in qualche modo mi ricorda tutto quello che sono stato e tutto quello che sarò. Come dei titoli di coda di un film che non ho ancora visto.

Schiaccio |>