SU UNA RELAZIONE

Qualche giorno fa passeggiavo con un mio amico per le vie della città. Abbiamo parlato delle solite cose, quelle che vi ripeto ogni volta, donne, lavoro, prospettive, delusioni, abbiamo sparlato serenamente degli amici ma sempre con un certo tatto.

Tra i tanti, abbiamo toccato l’argomento della mia situazione amorosa, in questo periodo una pentola vuota ma poco spaziosa. Lui mi ha detto di non preoccuparmi, che prima o poi arriva quella giusta. Io ho risposto che magari quella giusta è già arrivata ma non ho avuto l’accortezza o la prontezza di accorgermene. Lui mi ha detto che è impossibile; quella giusta, quando arriva, la senti. Ti travolge come una valanga, ti inghiotte come un terremoto, ti brucia come il sole d’estate. Ha detto più o meno così. Letteralmente forse era: “Quando arriva…cosa ci puoi fare?”, che in realtà funziona meglio di tante epiche metafore, e a me non è restato che annuire convinto.

Sono passati un paio di giorni, e per sbaglio, per una consegna di lavoro, ho attraversato una calle di Venezia che era da tempo che non facevo: era la calle dove avevo abitato per tre anni. C’era un bel sole, alto e tondo, e il cielo era azzurro, intonso, forse una linea bianca impronta di un aereo. Mi sono ricordato di un momento di un giorno lontano, in cui ancora non abitavo in zona; in cui era imminente il mio trasferimento. In cui ero con lei e lei era con me, e quello attorno non era altro che il risultato della nostra presenza, qualunque cosa fosse: il sole, il ponte di ferro, la polvere, l’acqua brillante, i condomini diroccati e i gradini scrostati, i terrazzini e le lenzuola svolazzanti, i gabbiani e i versi di richiamo, e l’odore di una stamperia e…

L’avevo conosciuta in agosto. E’ il mese, insieme a dicembre, in cui tutti gli espatriati nel mondo, ricercatori indefessi di sé o del proprio scopo, tornano nella piccola città natale. Con l’intero gruppo di amici ci siamo trovati al solito bar, e uno dei nostri si stava vedendo con una nuova ragazza, una mora dalle belle labbra, che ci avrebbe raggiunto con un paio di amiche appena tornate dall’estero, per l’appunto. Ci siamo scaldati, com’era prevedibile. Le amiche delle frequentatrici si rivelano spesso un buco nell’acqua, ma, come le ore che precedono un esame universitario, danno un barlume di fiducia verso le proprie possibilità. Sono arrivate, erano due, e una l’avevo già adocchiata più volte in passato, tra i posti che si era soliti frequentare dopo il liceo. Era bella, il viso felice e triste insieme, come ci fosse un velo di nostalgia ad accompagnare ogni sua espressione; slanciata, aveva il corpo di una modella a disagio con il portamento che lo stesso corpo in qualche modo prometteva di mantenere. Beh, mi era sempre piaciuta.

Abbiamo parlato tutti insieme al bar, poi ci siamo spostati verso una festa tenuta sulla mura della città. Una specie di grande sagra, con un palco dove si tenevano concerti di gente famosa o quasi famosa o che lo era stata. Quella sera per il concerto era tardi, quindi siamo passati per le bancarelle; lunghe file di gazebo che esibivano maglie e pelletteria, dischi e sciarpe, gelati e braciole fumanti. Io e lei, leggermente appartati dal resto del gruppo, ci siamo messi a parlare di cosa facevamo nella vita. Viveva in una capitale europea, e mi ha detto che ci sarebbe tornata a breve, restava a Treviso solo una settimana e mezzo. Sognava di fare un mestiere di quelli difficili e che non sembrano proprio un mestiere, ed era intenzionata a metterci anima e corpo nella realizzazione del suo progetto. Io ero già tutto un brodo di giuggiole, innamorato non di lei ma dell’idea che mi sono fatto di lei in quei pochi istanti di conversazione. Ci siamo salutati tutti insieme, grandi baci e abbracci e pacche sulle spalle in gruppo.

Le ho scritto il giorno dopo su Facebook: non c’era tempo da perdere.  Lei mi ha risposto con tanti sì entusiasti e smile a pioggia, e io mi sono gasato tutto, come sono solito fare quando sento d’aver fatto centro.

Ci siamo visti per una pizza, era un sabato sera se non ricordo male, quello prima di Ferragosto. Abbiamo passeggiato per il centro, siamo andati nella mia pizzeria preferita, un locale che fa quasi angolo in una via larga e trafficata da persone e macchine in cerca di parcheggio. Abbiamo parlato e mangiato; abbiamo parlato talmente tanto che la pizza è diventata fredda e quasi immangiabile, cosa che non mi è mai più capitata. Di solito sono ben concentrato sulla pizza; anche sulle parole dell’interlocutrice, certo, ma non trascuro mai il cibo. Quella volta, sì. Data la dimensione minuscola, doveva essere un segnale di una portata mostruosa.

Siamo usciti, ho pagato io? Non ricordo, di sicuro ho fatto il gesto ma forse lei ha insistito per dividere il conto. Ma che importanza ha il denaro in questa storia? Zero, ve l’assicuro. Siamo andati verso la zona più ombrosa della città, dove ci sono villette in affitto e alberelli ben innaffiati, e sotto quelle ombre, appoggiati su un parapetto che da su un canale tutto paperelle e odor di nutria, ci siamo baciati.

I giorni successivi sono passati con qualche incontro veloce; ho istantanee della macchina che corre verso casa dei suoi, lei che sale, noi che andiamo da qualche parte. Abbiamo passato il pranzo di Ferragosto separati, ognuno con la propria compagnia di amici. Io sono andato in una specie di radura verde con un fiume che gorgogliava nelle vicinanze. Non mi è mai piaciuta troppo la natura, e sarà stata quella o i tramezzini del picnic, ma a metà pomeriggio mi è salita la febbre. Non ci voleva, io e lei avevamo poco tempo e per quei pochi giorni volevo essere al massimo delle mie capacità mentali e fisiche. La sera ci siamo visti lo stesso, avevo buttato giù una tachipirina e i sintomi, il mal di testa e i tremori, sembravano essersi assestati su livelli accettabili. Abbiamo passeggiato, come eravamo soliti fare,e lei si era messo un bel vestito, non lo ricordo con esattezza o forse sì. In ogni caso vi dirò come me la sto immaginando adesso: con un vestito bianco e corto, a trame bianche appena rilevate, dei sandali tra l’elegante e i Birkenstock, la pelle di qualche gradazione più scura risultato dell’abbronzatura della giornata, e gli occhi del colore di smeraldi in acqua cristallina.

Ci siamo presi un gelato e siamo rimasti seduti su una panchina a ridere e a incrociarci a vicenda le braccia in intrecci che sapevano d’intesa e nocciola IGP del Piemonte. Siamo rimasti così; mentre attorno gli studenti delle superiori viaggiavano con sicurezza in gruppo e i fari delle macchine illuminavano il piazzale bianco dalla strada.

Il giorno dopo non avevo né febbre né tremori, ero arzillo e scattante. Forse gli dei si erano consultati quella stessa notte e avevano deciso di darla vinta ad Afrodite, forse Dio aveva deciso che in fondo ero un bravo ragazzo, forse non avevo sta gran malattia, fatto sta che le ho scritto che dovevo tornare a Venezia per lavoro, e l’ho invitata da me in serata.

Io abitavo già a Venezia. A differenza di altri, avevo deciso che per trovare me stesso e la mia strada avrei dovuto cavalcare i sogni più banali, come svegliarmi una mattina in laguna, respirarne profondamente l’essenza melmosa e bere un caffè al bar allungato sulla calle. Lo avevo fatto la prima mattina, e già alla seconda mi ritrovai a chiedermi confuso: “…E adesso cosa mi dovrei inventare?”.

L’appartamento che avevo preso in affitto non era un appartamento, ma un vecchio magazzino stretto e umido e dall’odore perenne di muffa, dentro cui avevano infilato di forza un divano letto, un armadio e un fornelletto elettrico. In bagno si riusciva a pulirsi i denti, farsi la doccia e sedersi sulla tazza stando fermi. Fossi stato con un’altra ragazza un po’ me ne sarei vergognato, ma non con lei: sapevo non avrebbe giudicato certe cose.

Finito di lavorare sono andata a prenderla in stazione, e abbiamo passeggiato fino a Rialto e San Marco, e abbiamo continuato fino all’Arsenale dove ci siamo seduti. Lei mi ha detto che era uno dei suoi posti preferiti: eravamo su un ponte di legno e poco più avanti si ergevano le torrette di cemento della darsena. Tutto era illuminato di giallo e arancione, e il cielo aveva strisce azzurre e blu chiare e blu notte. Ci siamo baciati spesso, ne avevo voglia e sembrava anche lei averne. Sembrava accogliere i miei baci con una trattenuta sensazione di cuore palpitante.

Non ricordo la cena, ma ricordo che ci siamo ritrovati nel mio letto a stringerci e spogliarci. Il sesso è stato bello e buffo, pieno di movimenti impacciati che si trasformavano in piaceri e poi di nuovo in movimenti impacciati. Dopo abbiamo scherzato sull’appartamento e sui suoi ex. Tra una parola e l’altra lei ha confessato di credere d’essere mal formata, con le gambe lunghe, il bacino sbilenco e chissà che altro e allora io le ho detto che in realtà era davvero bella e perfetta. Lei ha detto che era tutto ma non perfetta. Io le ho risposto, con banale sincerità, che era perfetta per me.

La notte abbiamo dormito male, il materasso del divano letto era mezzo sfondato, ma ci siamo sfiorati le mani e le braccia più volte come a voler testare l’effettiva presenza dell’altro. Di solito una notte insonne o quasi la considero infernale, da dimenticare; invece quella notte di veglia e sonno disturbato è stata una delle notti più belle che abbia mai passato. Ho respirato a fondo il suo profumo, il magazzino-appartamento ne era inondato; non saprei descriverlo, dico solo che mi ci sarei fatto volentieri il bagno.

Il mattino ci siamo svegliati, abbiamo fatto colazione in un bar con i tavoli fuori e ci siamo diretti alla stazione. Prima di arrivarci, siamo passati per la calle in cui era imminente il mio trasferimento. Quella dov’ero qualche giorno fa per lavoro. Silenziosa, con folate di bucato e gabbiani in planata, abbiamo camminato su e giù tenendoci per mano. Lei parlando di quello che avrebbe fatto tornata all’estero. Io di cosa avrei continuato a fare a Venezia, tra trasloco e impegni vari. Il sole splendeva e il silenzio, in contrasto con il brusio ossessivo dei turisti, ha fatto da cornice a noi due, due ragazzi alla ricerca di qualcosa da una parte, stretti mano nella mano nell’altra.

Ci siamo salutati in stazione, poi lei è venuta a trovarmi la sera stessa (nel mentre ero di nuovo tornato dai miei, non ricordo il motivo, forse la settimana un po’ caotica di Ferragosto) e mi ha fatto sentire un pezzo di un cantante che intendeva interpretare per un provino; sarebbe partita l’indomani per riprendere ad inseguire i suoi traguardi. Ci siamo accordati per sentirci, e le ho detto che sarei venuto volentieri a trovarla. Quando? Tra mese. Due settimane. Domani. Quando vuoi, le ho detto. Abbiamo intrecciato per un po’ le braccia, ci siamo baciati e ci siamo salutati.

Abbiamo provato a sentirci, ma la cosa non è durata. Non tanto perché non volessi io e credo neanche perché non volesse lei. Semplicemente, la ricerca di noi stessi ci tirava dalla parte opposta alla nostra stretta di mani, e, ad un certo punto, la stretta ha perso vigore, e ci siamo lasciati trascinare.

Quindi, fatta la consegna e diretto in sede, ho pensato a lei e poi al mio amico, che aveva detto quella cosa della ragazza giusta. Che quando è lei, poche storie.

Non lo so.

Lei era la ragazza giusta, poteva esserlo, eppure non era andata. E molti avrebbero da controbattere: perché non era quella giusta. Ma se fossero state le tempistiche ad essere sbagliate? A volte magari capita. A volte succede che arriva quella sbagliata nel momento giusto, e sono guai a paraocchi abbassati. E a volte capita che arriva quella giusta nel momento sbagliato, e…

Beh, ho concluso dando ancora un’occhiata alla calle silenziosa, almeno ho riempito uno spazio vuoto. Lì, tra quei palazzi diroccati e l’acqua immobile, tra i gradini impolverati e i versi dei gabbiani affamati, ci saremo sempre io e lei.

Per mano.