SU COME ARRIVARE A TODI

Dopo varie vacanze passate a visitare ogni angolo, famoso e non, delle capitali europee, decido che è finalmente l’ora di provare l’esperienza del viaggio nel viaggio: un itinerario, uno zaino pesante ma comodo e funzionale, o almeno, dall’aspetto comodo e funzionale, e una borraccia. In realtà la borraccia è più per fare scena; non mi serve, mi basterebbe una bottiglietta d’acqua da riempire, ma chissenefrega: mi vedo in slow motion che bevo due belle sorsate e poi mi asciugo i baffi, la barba e guardo l’orizzonte, accarezzato dai raggi del sole. Sono cool, sono wild.

Decido la zona: Umbria. Decido tre tappe: Spoleto, Norcia, Perugia. Ci sono i borghi medioevali, i sentieri degli Appennini e una città, da tanti definita affascinante, giovane, viva. In mezzo, però, sento che manca qualcosa, potrei fare di più: se ho comprato la borraccia, devo cercare di bere il più possibile, e quindi, muovermi il più possibile. Scrivo su Google “Umbria borghi da vedere”; schiaccio sul primo risultato, un sito di viaggi come tanti; scorro la pagina e noto “Todi”, in grassetto; nella descrizione, leggo “Graziosa bla bla bla bla bla ridente bla bla bla bla bla bla un gioiello bla bla bla bla bla”. Deciso: Todi.

Prenoto gli ostelli barra alberghi e il treno di andata e di ritorno: Treviso-Spoleto, Perugia-Treviso. Tutto a posto. Ora controllo dov’è posizionata Todi. E cazzo: scopro che non è proprio di strada. Ma poco importa: sono comunque pochi chilometri, una cinquantina da Spoleto. In qualche modo ci arriverò: un autobus, in treno. A piedi: ho pure comprato la borraccia.

Passo le prime due giornate a Spoleto, tra la cittadina e le passeggiate in mezzo alla zona collinare; a Norcia, giro attorno alla vallata innevata e seguo qualche tracciato verso le vette montuose del posto.

La mattina del quarto giorno, mi devo spostare, destinazione: Todi. Arrivo presto alla fermata dei bus di Norcia e chiedo a un autista, in pausa, il numero della corriera, partendo da Spoleto, in cui devo tornare per forza di cose. Mi dice che non c’è propriamente una linea diretta.

Rimango in silenzio. Cosa vuol dire che “non c’è propriamente”?

Lui continua: c’è l’autobus scolastico, che parte da Piazza Vittoria a l’una e quarantacinque. E basta.

Uno.

Un autobus.

In tutta la giornata.

Nessun problema: sono le undici, in un’ora e mezza arrivo a Spoleto e lo prendo.

Lo ringrazio, tiro fuori la borraccia dalla tasca esterna retinata dello zaino, bevo una bella sorsata, gli faccio un pollice alto e gli auguro un buon lavoro.

Come da previsione, sono puntuale: sono nella piazza giusta e non mi resta che aspettare. Intanto, attorno a me, comincia un gran vociare: studenti delle scuole superiori si accalcano sotto il portico principale, ad aspettare di essere trasportati a casa. Arriva la corriera blu, con scritto, sopra il parabrezza, in arancione, “Todi”.

Tutti gli studenti si muovono verso il mezzo: tutti. Ci credo: ce n’è uno, perdi quello e sei fottuto. Mi metto in coda: in ultima posizione, un po’ perché mi dispiace fregare il posto a sedere a qualche studente o studentessa che deve spettegolare di qualche altro studente o studentessa, un po’ perché sono un coglione con una borraccia in vista. Dalla porta non si riesce più a entrare: rimango fuori solo io. L’autista invita ad andare in fondo al corridoio ma non c’è verso: è tutto pieno. Allora mi guarda, alza le spalle e chiude la porta. Io lo guardo, e , in fondo, lo capisco; in fondo, lo avrei fatto anch’io al posto suo; in fondo: sono cazzi miei.

Perdo l’unico bus che mi poteva portare a destinazione.

Calcolo il percorso a piedi con Maps: nove ore e cinquanta minuti. Tantino.

Cerco su Google le soluzioni migliori che mi rimangono: scopro che Todi ha una stazione ferroviaria, in cui però non passa nessun treno che parte da Spoleto, da Perugia, da Orvieto e neanche da Terni. Non capisco: chi passa per quella stazione, dove va, ma soprattutto, da dove parte?

A Terni sembra esserci una linea di collegamento. Per arrivarci, devo prendere il treno direzione Roma Termini. Ritorno alla stazione di Spoleto.

Arrivato nella città umbra, scopro che dev’esserci qualche problema alla linea ferroviaria per Todi e hanno quindi attivato un servizio sostitutivo, per chi deve raggiungerla: perfetto. Devo aspettare un’ora e mezza ma sono più tranquillo: sono già lì, ormai.

Salgo sulla corriera: questa volta siamo un totale di sei passeggeri e, di spazio, ce n’è. Mi metto a guardare qualche Top Ten dell’Nba, senza preoccuparmi troppo della batteria del cellulare: tanto, è fatta. Mi distraggo troppo con i video e, dopo quaranta minuti, non so neanche a che altezza sono: apro Maps e controllo. Abbiamo superato di poco la mia meta, che si trova a sinistra. La corriera rallenta, arresta la corsa e apre le porte: una fermata. Tre secondi. Uno, due, tre. Sono fuori. Ho con me tutto: zaino, cellulare, portafoglio, borraccia. Sono scese altre tre persone: si dirigono alle auto parcheggiate. Mi guardo attorno: davanti il cavalcavia di una statale, a destra e sinistra la continuazione. Dietro: l’autostrada. Sulla collina, dietro la statale, Todi. A piedi, sono distante un’ora e dieci. Sono un coglione con una borraccia in mezzo ad uno snodo autostradale e non so come muovermi. Con il cinque per cento di batteria e il tramonto che incombe all’orizzonte.

Cerco di capire se c’è qualche via pedonale ma niente, non la vedo: perché sono sicuro che c’è, sono io che non so cercare bene. Almeno, così mi ha sempre detto mia mamma quando non riesco a trovare il maglione, o la camicia, o i calzini, il libro, gli occhiali da sole.

Non mi resta che costeggiare la strada, mentre qualche auto mi suona contro e mi maledice: il sole scende completamente e la visibilità è scarsa. Finita la statale, passo un piccolo quartiere ai piedi della collina e mi incammino su una strada in salita, sempre senza alcun tipo di marciapiede o percorso pedonale. Per rendermi visibile, agito lo schermo illuminato del cellulare ogni volta che sento arrivare un’auto. Un’ottima idea: rimango senza batteria nel giro di due minuti e non sono neanche a metà della salita. Scorgo sulla destra, un sentiero. Provo a vedere se porta da qualche parte: nel giro di venti minuti sono in mezzo al nulla.

Torno indietro, vorrei piangere ma non posso: l’orgoglio maschile si fa sentire anche quando si è completamente soli, mi ritrovo nel quartiere che avevo superato da poco e controllo se c’è qualche servizio di trasporto. Entro in un’erboristeria e chiedo informazioni. La signora, molto gentile, mi spiega che c’è una fermata lì vicino, poi aggiunge che gli orari sono un po’ strani e che gli autobus passano quando vogliono loro.

Alla fermata, leggo il cartello e scopro che, almeno un’altra ora, la devo aspettare. Intanto, e non per scherzo, comincia a piovere. In giro non vedo portici: decido di stare sotto l’acqua. Tanto, ormai.

Le parole della signora mi hanno turbato: “passano quando vogliono loro.”. Ho nostalgia della mia terra natia: Treviso. A Treviso, gli autobus sono in orario. A Treviso, quando piove, ci sono portici ovunque, in cui potersi riparare. A Treviso, per non far andare avanti le cose “quando vogliono loro”, si sono tirati su le maniche: e con il sangue, rosso come il radicchio, e il sudore, cristallino come le acque del fiume Sile, e la buona volontà, profumata come la crema al mascarpone del tiramisù, hanno portato una cittadina fuori dal buio e a risplendere, come il prosecco dei vigneti del Nord.

Scorgo, da lontano, un mezzo più grande delle auto, avvicinarsi. I fari del traffico riflettono sulla strada bagnata e non riesco a capire bene di cosa si tratta: se un camion o un furgoncino o la mia salvezza. Ma, dopo qualche secondo, tutto è più chiaro: è l’autobus C. La mia salvezza. Quello che sto aspettando. In orario.

Allora non succede solo a Treviso.

Salgo e spiego all’autista dove sta l’ostello barra albergo, che ho prenotato; lui mi rincuora e dice che mi smonta proprio lì, a una cinquantina di metri.

Entrato nella hall, mi affaccio al bancone della reception. Levo lo zaino dalle spalle e lo poggio, per prendere il documento d’identità, da consegnare per il check-in. La dipendente della struttura mi fa i complimenti per la borraccia, che tengo sempre nella tasca retinata, affermando che è proprio una di quelle professionali, in titanio, con un bel design. Chissà che viaggi mi sono fatto con un’attrezzatura di così alto livello, ipotizza lei. Cerco di dirle che, in tutta onestà, non sono molto pratico: c’ho messo un’eternità a raggiungere il posto, da Norcia. Lei risponde che anche i migliori escursionisti, ogni tanto, sbagliano i calcoli.

Mi porge il documento, mi da le chiavi della camera e mi da le indicazioni su come trovarla.

Una volta entrato, getto lo zaino sul letto, mi spoglio e mi butto sotto la doccia.

E lì, tra un’insaponata alle ascelle e una risciacquata bollente alla schiena, formulo le tre lezioni imparate dall’esperienza vissuta.

Numero uno: devo informarmi meglio. Ecco perché la gente progetta i viaggi.

Numero due: se ho poca batteria sul cellulare, devo guardare solo la Top Ten della notte, non anche gli assist del mese e i migliori crossover della stagione passata.

Numero tre: ci sono i coglioni con la borraccia, che passano per esperti camminatori non proprio in giornata, e ci sono i coglioni senza borraccia, che passano per coglioni e basta.

Infatti, la storia è quasi tutta vera. C’è solo una piccola fantasia: la borraccia, non ce l’avevo.