
E’ una fissazione che si avvicina alla malattia. Non è una serie che mi piace o che mi piace particolarmente, è qualcosa di più. Forse non la considero nemmeno una serie, o usando il termine più specifico, una sit-com. Friends è parte della mia vita, mi ha plasmato e mi ha influenzato nei sogni e nelle scelte; Chandler, Ross, Joey, Monica e Phoebe non sono personaggi inventati e ben disposti in un set televisivo; sono miei amici, e di vecchia data oltretutto. Rachel non è solo mia amica, è la prima donna per cui non ho provato quella separazione netta che il maschio adolescente prova tra l’istinto di ritrovarsi a letto travolto dall’impeto della nudità e la voglia di dolci baci scambiati su una panchina. Rachel è stata un miscuglio delle due cose, è stato il fascino che ha abbattuto tutti i muri: è stata la donna che avrei amato se non ci fosse stato Ross.
Le prime puntate le ho cominciate a intravedere che avevo sì e no otto anni. Su Rai Due, la sera, prima di cena. Aspettavo che finisse quel pacco atomico che erano Tom & Jerry (nella mia ignoranza infantile lo consideravo un cartone vecchio, di quelli che appartenevano alla generazione precedente, io ero tutto Dragon Ball e Holly e Benji) e che iniziassero quei venti minuti abbondanti di risate e armonia. Che, a dirla tutta, a quell’età molte dinamiche non potevo neanche capirle: le battute di Chandler, la goffaggine di Ross, la compulsività di Monica, l’estro di Phoebe e la perfezione di Rachel mi scivolavano via e si perdevano nelle risate abbozzate dei miei, seduti sul divano dietro di me. E allora cosa lo guardavo a fare, Friends, aspettandolo anche, disteso su uno scomodo tappeto che pizzicava continuamente la pelle? La risposta è un luogo: la caffetteria. Il Central Perk. Mi faceva bene, mi metteva di buon umore vedere quei sei amici passare ogni momento del loro tempo libero fuori casa, sempre nello stesso posto, a bere dalle stesse tazze, le stesse bevande, e a ridere delle stesse cose (l’unica parte delle varie storie che riuscivo davvero a seguire era il rapporto tra Ross e Rachel). Credo che lì sia nata la mia grande passione per l’abitudinarietà. Ho iniziato un percorso che mi porta ancora oggi a tentare continuamente di far diventare i bar non solo un luogo in cui “una volta sono andato a…” ma in cui “vado sempre a…” E non spesso; sempre.
Il rapporto tra Ross e Rachel nasce proprio all’interno di quel bar; il primo bacio se lo danno in una serata a luci spente, dopo la chiusura del locale, mentre la pioggia cade fitta su New York. Poi si lasciano, si riprendono e si lasciano. Dalla terza stagione fino alla decima, l’ultima, non tornano mai insieme; ci provano, scopano, hanno anche una figlia, ma solo negli ultimi minuti dell’ultima puntata, decidono di riprovarci, di fare sul serio. La mia idea dell’amore prende spunto proprio dalla loro storia, o dalla loro non storia. Non credo, non voglio credere, che possa essere facile; sarebbe una disfatta per il mio palcoscenico di vita che metto in piedi giorno dopo giorno, anno dopo anno. Me lo sono ripetuto chissà quante volte nel cervello, è solo una sitcom, la realtà è un’altra cosa, ma non funziona. Dev’essere complesso, quasi impossibile, bisogna quasi perdere le speranze, quasi, e arrivare all’ultimo episodio. Questa visione è la mia rovina: Ross e Rachel sono il mio ideale di coppia, e non li ho mai visti praticamente stare insieme. Il mio ideale di coppia è una non coppia. Il contrasto è evidente.
Più sono cresciuto più ho dovuto innalzare le mie difese contro il mondo. Ognuno ha un suo metodo ma io ho deciso di sposare acriticamente quello del mio amico Chandler: usare l’ironia. Credo di aver imparato da uno dei più grandi maestri. Ok, sì, ce ne sono molti in America e in Inghilterra ma il fatto è che Chandler è stato il mio primo vero mentore. Si potrebbe pensare che Ricky Gervais sia migliore, che Louis C.K. sia migliore, che Chris Rock sia migliore, che tutti i vari comedians passati per il Saturday Night Live siano migliori. Ma è come ricordare la maestra di italiano alle elementari che vi ha fatto amare per prima la lettura, leggendovi i Battello a Vapore, e paragonarla al professore dell’università che vi spiega il pensiero di Leopardi meglio di Leopardi. Voglio dire, magari per mole e spessore tra le due letterature vince la seconda, ma chi si ama di più? Dove confluisce tutto l’affetto? Chandler mi ha fatto sorridere senza scompormi troppo, in mille modi. Dalla difficoltà a smettere di fumare alle difficoltà a mollare definitivamente la sua ragazza, Janice, dalle prese in giro al gruppo all’autoironia sul suo rapporto con le donne. Sapeva vedere sempre il lato comico di ogni piccola sfiga quotidiana. Alleggeriva.
L’appartamento situato fictionicamente parlando nel Greenwich Village di New York mi ha dato la spinta per credere nei sabato sera alternativi; tutte le serate piene di allegria e risate che passavano i miei amici sullo schermo le passavano nell’appartamento di Monica. Così ho tirato le somme: se loro a New York, la città del mondo, il fulcro del progresso o del regresso occidentale, dipende da come la vedete, dove tutto avviene, da guerre ad atterraggi alieni, non uscivano mai di casa e riuscivano a divertirsi comunque, e a divertirsi molto, io, a Treviso, cosa andavo fuori a fare, tra le mura medioevali e la nebbia viscosa che riempiva l’aria e appesantiva il respiro? Grazie a Friends, ho ammazzato la vita sociale in favore del nido domestico, dove è sempre Natale, e a Natale è ancora più Natale. I sabati sera, quelli veri da sballo, erano giochi da tavolo, programmi stupidi alla televisione, Fanta, X Box e sempre le stesse persone. L’unica nota negativa era che le varie aspiranti Rachel avevano un’idea diversa di sabato, di passatempi, di socialità e di Natale, quindi non mi restava che regalare loro i cofanetti con tutte le stagioni. E pregarle di aggiornarsi.
La serie l’avevo già vista quattro o cinque volte, tutta, prima che arrivasse su Netflix. Ora è da un paio d’anni che vado avanti a vederla in loop. Comincio allegro la prima puntata della prima stagione e arrivo in lacrime, lacrime di malinconia, all’ultima della decima stagione. E poi riparto, di nuovo allegro, con la prima della prima. Non è come Game of Thrones o Breaking Bad, che ovviamente non ho visto perché sto guardando Friends, che si guardano una volta, in preda all’eccitazione degli avvenimenti, fino alla fine e poi si portano nel cuore, come un ex-ragazza con cui ci si è lasciati e, nonostante l’importanza, si va oltre. Friends è un’ex-ragazza che non riesco a dimenticare. Non voglio più andare a letto con nessun’altra se non con lei, e continuo sistematicamente a rileggere gli SMS più belli, vivendo di ricordi e emozioni passate. Pago tredici (Quattordici? Quindici?) Euro al mese Netflix e guardo solo Friends. Nient’altro.
E nelle mie continue ripartenze non salto una puntata; sono rigoroso. Neppure la sigla taglio. D’altronde come si può non ascoltare il ritornello dei Rembrandts, intonandolo sottovoce divertiti?
“I’ll be there for youuuu…when the rain starts to pour…”
Stagione 3, episodio 2, “The one where no one’s ready”. Me la ricordo a memoria. Play.
