
Il numero di bagni che si hanno in casa definiscono la propria classe sociale più del televisore in HD, del tappeto asiatico o dei metri quadri del giardino. Quante volte mi è capitato di veder giudicato l’appartamento in cui abito dalla mia descrizione, e, alle parole “due bagni”, il mio interlocutore abbozza un “ooohh” e poi conclude con un “allora!” di incitamento, a significare che posso stare tranquillo: appartengo alla borghesia leggermente ribassata di questi anni. Vivendo in un sistema che privilegia il capitale e lo status, l’importanza che si da a quanti sciacquoni si possono tirare in casa, sembra essere lampante. Un bagno, povero. Due bagni, uno senza doccia, basso borghese. Due bagni con doccia, borghese. Tre bagni, benestante. Quattro bagni o più, milionario.
Se poi ci si prova a staccare da questa visione meramente materiale, e la si pensa più in termini umanistici, pieni di fronzoli assolutamente belli e inutili, la vera sorpresa sta nei momenti e nelle attività che si vivono in quel luogo luccicante, in cui vige l’ordine delle piastrelle chiare e quadrate. Uno potrebbe dire che al massimo si va a liberarsi, lavarsi, sistemarsi e guardarsi allo specchio. Ma nel mentre? Cosa si fa mentre si fanno tutte queste cose?
Innanzitutto, solitamente si è soli. Una possibile verità è quella del bagno come ultima roccaforte della privacy. In salotto si passano le serate a guardare la televisione, a tifare tutti insieme per quella squadra o per l’Italia nelle varie competizioni internazionali, a discutere di politica mentre si guarda il tg, a bere il caffè con i parenti dopo un pranzo abbondante. In cucina si vive la convivialità dei pasti, tra discussioni accese, ricordi di anni passati e complimenti a chi ha preparato le pietanze. La camera da letto è la prediletta per l’intimità di coppia o per godere di qualche ora di sonno. In bagno, ci si ritrova davanti a se stessi. E’ un posto sicuro dove poter riordinare i pensieri, fare il punto della situazione, o trovare nuove soluzioni ai problemi, a seconda del tempo che ci si deve passare. Oppure si può annegare in quei problemi e dare sfogo a tutta la tristezza che si ha in corpo; mi è capitato spesso di piangere sotto la doccia, permettendo così alle lacrime di mischiarsi all’acqua e di non dover rendere conto al mio ego di quello che stavo facendo. Il bagno non giudica ma accoglie e garantisce il massimo dell’intimità personale con un semplice scatto della serratura.
Si potrebbe dire che quello che succede in bagno, succede solo in bagno.
E in effetti è lì che ho fatto l’amore con più o meno tutte le donne che ho conosciuto dalla prima adolescenza in poi. La scelta assomiglia molto a quando ci si trova davanti al catalogo Netflix, solo che è tutto nella mente. Scorro: questa no, questa già ieri, questa è stata una fissazione per un po’ però adesso ho affinato i gusti, questa no, troppo avventura, questa no, troppa fantascienza, questa. Questa sì. E parte un film che dura sui cinque minuti, se è quello giusto (nei miei film sono tutte molto disinibite, quindi è sempre il film giusto).
Continuando con le tematiche culturali, e passando dai corti immaginari alle letture reali, si sottovalutano quante cose si imparino seduti sulla tazza del water. Ricordo tutte le storie di Papergol, raccolta della Walt Disney in occasione dei mondiali del ’98 in Francia, riesco ad elencare tutti i rapper e i loro migliori album recensiti in un libretto chiamato “Hip Hop” e potrei ripetere la classifica dei migliori dieci giochi per Playstation di Playstation Magazine: in bagno si legge quello che davvero si ha a cuore. D’altronde quando si decide di portare sotto braccio qualche rivista, si sa che deve acchiappare subito l’attenzione, pena tot minuti davvero noiosi, e che resterà appoggiata sopra la lavatrice per più o meno l’eternità. Saranno le uniche pagine che verranno lette e rilette all’infinito. Quindi devono essere pagine significative nella loro superficialità; quelle che definiscono la personalità, azzarderei. La vera diatriba non è tra Hemingway o Keynes ma tra il catalogo Ikea o Topolino.
Se poi, oltre a salvaguardare la privacy, stimolare la fantasia ed educare, la tazza si mette il mantello e si trasforma in supereroe, beh non si può che abbracciarla. Ed è quello che si fa, nell’atto pratico, durante gli strascichi di una sbornia. Quante volte ho pregato per un bagno, in preda alla confusione che l’alcol genera, e il bagno è arrivato. Letteralmente, è arrivato; perché spesso non ho memoria di averlo raggiunto con le mie gambe. E, piegato sulle ginocchia, ho serenamente vomitato senza la preoccupazione di poter sporcare o di dover lavare il pavimento il giorno dopo. Se poi si calcolano i pensieri che in quei momenti si fanno, che descrivono l’umanità nel suo procedere, “Perché è successo ancora? Perché? Ho ventotto anni e non ho ancora imparato? Cos’ho che non va? Mai più, questa è l’ultima volta, lo giuro”, non si può che concludere quanta profondità sia racchiusa in quel rapporto a due, tra l’essere umano e la stanza dei suoi segreti. Un rapporto che pulsa dal basso, che non invade mai alcun tipo di confine. Un rapporto nel quale ci si arricchisce vicendevolmente senza gelosia: lui mi da un momento, io passo l’anticalcare, lui mi da un po’ di pace, io gli canto qualcosa, e così per l’eternità.
E in quell’eternità potrebbe rintanarsi, più di qualsiasi altro luogo, la scoperta di quello che si è stati.
