
Il sole mattutino sparava i suoi raggi di traverso, illuminando piccoli scorci di piazze e piazzette, di marciapiedi e parcheggi. Tutti cercavano di essere colpiti da quei raggi, chi posizionando il tavolino esterno del bar verso la luce, chi seguendo il chiarore del marciapiede, e io gettandomi nell’angolo più a destra della panchina di alluminio lucente. Ero arrivato da poco in biblioteca, avevo lasciato i libri al tavolo ed ero tornato fuori, dove un grande porticato bianco e la pavimentazione di lastre grigia racchiudevano lo spazio ricreativo: due panchine e una scultura di marmo bianco, anch’essa illuminata a metà da quel primo sole primaverile. Osservavo pigramente i miei coetanei arrivare e incedere verso l’ingresso, con i giubbotti in jeans e le All Star ai piedi. Gli zaini avevano sempre un che di vuoto, l’occhio era già stanco, il volto di una grigia e svilita determinazione. Il lieve fruscio dei passi si univa pian piano a chiacchiere vigorose, segnale di un vero risveglio che aveva il suo proseguo al bar poco distante.
Mi accesi una sigaretta, tempo di fare due tiri e arrivò, camminando com’era solito camminare, con quel tacco punta da orso, Giacomo Tonin. Mi sbuffò davanti, poi disse ciao. “Ehilà”. Posò lo zaino, si levò gli occhiali da sole e mi chiese di fargli posto. Guardai la panchina vuota alla mia sinistra, poi fissai Giacomo Tonin. “…Al sole intendo. Fammi posto al sole.” “Aaaah”. Mi feci stretto e lasciai uno scorcio di seduta al mio fedele compagno di chiacchiere. “Hai l’esame domani?” “Lasciamo stare. Quel professore. Quel pezzo di…Guarda, lasciamo stare.” “Che è successo?” Giacomo sbottò, mosse le braccia come un orco che attacca uno hobbit. “Sai che mi aveva confermato l’esame al colloquio, no? Io l’altra settimana gli scrivo per conferma sui libri…Erano i soliti libri, sono sempre quelli sul sito.” Annuii, e mi riempii la bocca del fumo della mia Camel Blue. Giacomo si frugò nella tasca mentre continuava: “…E non mi risponde che ci sarebbe anche un libro in più. Specifico, no? Sull’architettura urbanistica di fine ottocento a Buenos Aires. Voglio dire, come faccio io una settimana prima…”, Giacomo sfilò una Winston Rossa dal suo pacchetto morbido compresso come una cartaccia, le labbra la strinsero in un bacio e se l’accese. “…A studiare quattrocento pagine in più? Dimmelo prima, no!”. La mano spostava la sigaretta come il poliziotto un manganello. Io facevo no con la testa, le braccia distese sul retro dello schienale della panchina. “Pazzesco” dissi. “Vergognoso…” aggiunse Giacomo.
Credevamo che i professori universitari fossero i simboli di una generazione distante dal passo da tenere nel mondo, ma, dato che le regole nel mondo le definivano gente come i professori universitari, il mondo, il povero e limitato mondo di nostra competenza, si ritorceva contro di noi, quindi finiva che la generazione distante eravamo noi. Una distanza obbligata, una distanza doverosa: una scelta dettata da un’impossibilità.
“Oggi devi studiare?” mi chiese Giacomo. Feci mah con la testa; effettivamente non avevo granché in programma. Avevo già dato tre esami, ed erano andati come mi aspettavo. Uno bene, perché andava bene a tutti, anche ai sassi; uno così e così, perché andava bene solo a chi aveva studiato molto, e uno bocciato, perché era stato di quegli esami in cui prima di entrare senza aver aperto mezzo libro, mezzo appunto, pensi: “Mal che vada mi boccia.” Ed era andata male. Ero lì, in biblioteca, solo perché i corsi non erano ricominciati, e perché in qualche modo era il mio luogo, nel senso più caloroso di focolare. “…Allora parliamo un attimo di quello che ti ho detto l’altro giorno” annunciò Giacomo. Spensi la sigaretta sulla panchina, e poi feci canestro sul posacenere lì vicino, un tubo rosso con la conca argentea in cima. “Mmmm…intendi la rassegna?” “No quella magari ci informiamo tra qualche mese.” “La sceneggiatura del film?” “No, quella ormai è andata…non mi ricordo neanche la storia.” “…Tre tipi che vogliono rapinare una gioielleria. In stile Tarantino, con dei rimandi alla commedia italiana. E qualche citazione a Lucas…” “Ok, ok, ne riparliamo di quella. Intendevo il discorso della rivista! Che ti ho detto della storia di fare una cosa locale, partire dal piccolo per poi…” “Ah, sì, sì. Giusto.”. Data la distanza con il mondo di nostra competenza, cercavamo vicinanza e nuove competenze in mondi affini e sconosciuti, forse per sentirci più coraggiosi, forse per poter riscontrare una nostra particolare intelligenza, differente ma pur sempre nobile.
Accucciai la schiena. I gruppetti e le chiacchiere e le zaffate di fumo di sigaretta si avviluppavano fino a liberarsi e rimischiarsi. Salutammo Renato con un cenno, poi Beatrice che sfilò di sopra nei suoi jeans color latte e nel suo giubbotto in finta pelle nero. Giacomo intanto mi fece un riassunto del suo progetto: “…Decidiamo le sezioni. Buttiamo giù due idee sulle rubriche. Ovviamente studiamo anche la parte online…” “Ovviamente” dissi. “…E tiriamo avanti così intanto. Ok, ci sarà qualche soldo da cacciare.”. Qualche soldo da cacciare non era un problema: lavoravamo entrambi in due pizzerie fuori dal centro. Certo, dipendeva anche dalla misura del qualche, cosa che chiesi, e Giacomo: “Mah, cinquanta, cento euro a testa?”. Annuii, strinsi le labbra: ci stavo dentro. “Così, metti anche che non va bene, che non prende piede, no? Cosa improbabile…abbiamo fatto su comunque curriculum e abbiamo qualche pubblicazione.” “Sei sicuro che valga come pubblicazione?” “Si dovrà registrare la rivista, ma credo di sì.” “E sai quanto costa?” “Costerà poco.” Poco, per la sua vaghezza, era una cifra che mi metteva sempre in allarme; usata poi con un futuro ipotetico, aveva le sembianze di un travestimento ben riuscito. “Ci informiamo, no? Intanto pensiamo al nome…”. Accendemmo un’altra sigaretta, e alla loro fine, eravamo indecisi tra due opzioni sopravvissute al brainstorming.
Ci raggiunsero Sofia e Veronica, nostre amiche di vecchia data. Sofia aveva il sorriso di chi si risveglia da un lungo letargo; amava la primavera, soprattutto i primi sprazzi, e i capelli di solito tenuti in code e trecce scendevano liberi su una giacca larga scamosciata, sotto la quale si stropicciava una camicia a quadri. Veronica invece aveva gli occhi gonfi e i capelli sembravano andare per i fatti loro, svolazzavano all’altezza delle orecchie; soffriva di qualche allergia, ma a me importava poco: era comunque la mia preferita. Non le sbavavo dietro, ci conoscevamo da troppo tempo, ma certo se una sera mi avesse detto: “Ti va mica di venire sotto le lenzuola con me e strofinarci come placche tettoniche e vedere com’è il nostro terremoto?”, avrei accettato l’invito.
“Di dosa si darla?” chiese invece, semplicemente, con quell’accento da naso congestionato. “Apriamo una rivista!” disse Giacomo. “Ma va!” fece Sofia, chiudendo le mani in un applauso di modesta meraviglia. “Ne darliamo al dar?” chiese Veronica, mentre lo zaino le scendeva dalla spalla pigra e magra. Aspettammo le ragazze, che dovevano mettere giù gli zaini e i libri, e poi ce ne andammo a fare la colazione di metà mattina, che procedeva di un’oretta abbondante quella di prima mattina.
Il bar era un altro luogo, un altro focolare. Gestito da una coppia della corrente hipster più pacifica, quella tè, torta alle mele e libro vicino al camino, aveva le pareti tappezzate di foto in bianco e nero dove oggetti privi d’importanza diventavano protagonisti di uno scatto dalle discutibili, ma non per forza false, valenze artistiche. I tavoli avevano un che di rovinato, le crepe nel legno, e un che di nuovo, la vernice lucida. Seduti su uno di questi, io ordinai un caffè e una brioche con marmellata di albicocca, non cambiavo colazione di metà mattina da due anni e il dubbio di cambiare mai mi era sfiorato; Giacomo ordinò un pezzo di torta con pere e cioccolato e un cappuccino con tanta schiuma, e tanta schiuma lo diceva sempre con un tono leggermente ribassato, aveva paura lo additassero come un tipo dai gusti femminili in fatto di cappuccino; Veronica ordinò un dè fumande, che le liberasse un po’ il naso, e il solito biscotto a forma di ferro di cavallo con zenzero e mandorle. Anche lei era abitudinaria nonostante avesse il timore di diventarlo troppo: di cedere senza remore alla sua voglia di ripetere le stesse azioni in un tripudio di complicità con la vita. Sofia, dito puntato sulla vetrina, occhio affilato, ordinò: “…Un pezzo di quella torta lì con i pezzetti di…cos’è? Cioccolato bianco?” “Cioccolato bianco e cuore di pan di spagna” confermò Rudy, l’esemplare maschio della coppia hipster. “Mmmm perfetto!” confermò Sofia, “…E, e, vediamo…un macchiatone.” “Perfetto” sussurrò Rudy. Appena finito di scrivere l’ordine sul blocchetto, ci sorrise in quel suo modo da padre di famiglia gagliardo, per poi andarsene al banco.
“…Quindi cos’è sta storia del film?”
“Quale film?” chiesi.
“Ah no. Cosa avete detto? Una rivista?” continuò Sofia.
“Sì, una rivista” confermò Giacomo.
“Ba non dobebate dare un film?” e Veronica tirò su dal naso con l’eleganza della Principessa Diana ad un rave.
“Sì ma è in standby” dissi io, il tono di un uomo d’affari.
“…E la rassegna? Non volevate fare una rassegna su…cos’era?”
“Ah! Asbeta!…Il cideba buto!”
“Il cinema muto, esatto.”
Io e Giacomo ci guardammo, rispose Giacomo con il tono di un uomo d’affari che ha appena perso qualche milione in borsa: “In standby.”
“…E non dovevate dare il podcast?”
“…Il bodcasd, dì!”
“Com’era il titolo? Frattaglie?”
“Sì…” sussurrò Giacomo. Mi guardò. Annuii sommessamente. “E’ in standby” risposi, con il tono di un uomo d’affari pronto a gettarsi dal cornicione di un palazzo.
“Almeno avede talendo per lo stand-dy” disse Veronica e Sofia sorrise trattenendosi un po’, per non esagerare, per non ferire i nostri spiriti propensi ai grandi progetti e ai grandi naufragi ancorati al porto.
“Possiamo parlare della rivista?” disse Giacomo.
“Eccoci ragazzi.”. Ad interrompere la conversazione si intromise il vassoio colmo di odori dolciastri e la voce di Miriam, l’esemplare femmina della coppia hipster, che cominciò a trasferire il nostro ordine sul tavolo con il braccio destro, quello dove aveva tatuato la sagoma di un gatto snello sul tetto di un palazzo in stile parigino. “Grazie Miriam!” “Grazie Miriam!” “Grazie a voi ragazzi.”
Riprendemmo. “Quindi secondo voi, per la rivista…abbiamo due nomi”. Giacomo alzò la mano, le dita indice e medio. Con l’altro indice toccò il corrispettivo. “ Esseviemme, Il solito vecchio magazine, scritto in giallo su sfondo rosso…”, spostò l’indice sul medio, “….The Gonzo’s scritto con qualche punto esclamativo e dentro una nuvoletta da fumetto…Quale preferite?”. Io finii la brioche e mentre masticavo aspettavo con curiosità il responso di Sofia e Veronica, che si guardarono. Bevvero un po’ dalle tazze, posarono le tazze: din sul piattino. “Non potete pensarci un altro po’?” chiese Sofia. “Non sono bale eh” “No assolutamente.” “Solo dhe…” e Veronica guardò Sofia. Sofia guardò Veronica, poi alzò gli occhi al cielo, e lì sul soffitto bianco del bar era come se ci fossero le parole scritte da pronunciare, la giusta sequenza che ci avrebbe iniettato il messaggio fino al cuore: un continuate a provarci che evidenziasse il provarci e non il significato sottointeso del continuate. “…Solo che ci vorrebbe qualcosa di più chiaro, come dire…” “Sulla ribista!” “Sì, sulla rivista”. “Non si cabisce cosa rappresenti.” “Ehi!” feci io a Veronica. “Cosa?” “Hai detto rappresenti e non rabresendi!” “I fumi del tè…sempre un toccasana!”. Arrivava fino alle mie narici quell’odore bagnato di arancia e biancospino. “Non si capisce davvero di cosa parla. Ok, io posso immaginare, dato che vi conosco, ma gli altri? E poi avete chiaro di cosa davvero volete parlare? E come? Nel senso…qual è il vostro obiettivo? Cosa portate di vostro?”. Mi sentivo come ad un esame universitario, la mia mente nuda e vuota davanti alle richieste insistenti e piuttosto ovvie della professoressa. “…Forse dovremmo pensarci meglio” disse Giacomo. “Già” feci io. “Giusto un po’ più di focus” sussurrò Sofia sorridendo e illuminando d’imbarazzo gli occhi di un ragazzo sul tavolo affianco. Veronica faceva dei sì seri, aggiunse: “Andiamo?”. Annuimmo, ci alzammo facendo scivolare le sedie in un gnnn poco piacevole. Pagammo, da dietro il bancone Rudy e Miriam ci salutarono indaffarati con la macchina del caffè e i vassoi rossi riempiti mano a mano con eleganza e funzionalità.
L’aria, una volta usciti, perse peso. Eravamo sul marciapiede largo di una strada del centro, dove le macchine sfrecciavano sicure, le biciclette avanzavano incerte, e il sole abbagliava da un punto sempre più alto del cielo. Ci accendemmo una sigaretta, tranne Veronica che aveva ancora un leggero fastidio tra il naso e il palato. “Già che siamo qui potremmo andare in libreria, devo vedere qualcosa per il compleanno di mia mamma” dissi. Giacomo annuì, e butto fuori una nuvola di fumo. “Dobbiamo tornare a studiare, noi” disse Veronica. “Di già?” domandai. Lei sorrise; Sofia sbuffò e guardò l’ora sul cellulare. “…Tu potresti curare la rubrica di moda!” esplose in un getto d’entusiasmo Giacomo, rivolto a Sofia. “Beh…potrei, sì!”. “…E Vero! Sociologia! Possiamo mettere qualcosa su i posti della città e i suoi frequentatori. Una tua analisi!”. Veronica rimase in silenzio, quasi a soppesare la proposta, o la sua reazione alla proposta. “Perché no!” disse infine, stringendosi le braccia in una posa di intima riflessione. “Parliamone mentre andiamo in libreria!” proposi, e, beh, le ragazze presero a passeggiare con noi lanciando idee verso i tetti come se ce le avessero in mano. Superammo un altro paio di bar, l’ombra di un condominio giallo, il negozio dei cinesi e un’agenzia immobiliare con dentro un uomo pelato in giacca e cravatta solo in mezzo al parquet chiaro, come fosse in vetrina, come fosse in vendita.
La libreria aveva una lunga insegna rossa, e la scritta era in caratteri corsivi, armoniosi, e appena fuori si muovevano attorno alla piazza i passanti della tarda mattina, gli anziani che discutevano a voce alta della giustizia persa, mamme disoccupate in compagnia tra loro e con i cani al seguito, ingabbiati in dei cappottini più eleganti del mio, e qualche adolescente che, indefesso, stupido e innamorato, aveva saltato la scuola per stare in compagnia della sua giustificata trasgressione. Non erano tanto diversi da noi, in fondo: forse loro non avevano da parlare di una fantomatica rivista. Superammo le porte di vetro a maniglia bronzata, e ci dirigemmo alla sezione narrativa. Con un cenno della testa, io e Giacomo, e con una mano alzata come un augh indiano, Sofia e Veronica, salutammo la commessa piegata sul bancone di legno chiaro, dove svettavano come talpe la cassa e una pila di dvd.
La parete aveva uno scaffale lungo e alto, i libri davano colore, le copertine frontali di qualche ultima uscita saltavano all’occhio. Presi una copia di una raccolta della Munro, “Cosa piace a tua madre?” mi chiese Veronica mentre si allungava arpionando un tascabile giallo della Adelphi. Sofia passeggiava sulle punte, la mano a sfiorare il mento, alla sezione di moda e arte nell’angolo. “…Dipende. Ultimamente divora i gialli. Di norma…beh, narratrici donne…” e mostrai il libro della Munro, il titolo Il sogno di mia madre. Giacomo era alle riviste; erano impilate addosso ad una colonna bianca, in un espositore di ferro che la circondava. “…Te ne consiglio io uno!” disse Veronica. “Giallo?” Fece no con la testa; ora aveva gli occhi più riposati, come se avessero dormito bene e si fossero svegliati tardi e fosse domenica. “…Questo qui!”. Sfilò con le dita fine un libro di Joan Didion. S’intitolava L’anno del pensiero magico. Lo presi, guardai la copertina, sfogliai le pagine, “Di cosa parla?”, e lei me lo disse, senza troppi segreti, senza troppe rivelazioni.
Raggiungemmo Giacomo che stava lì a guardare, ad analizzare, a sussurrare: “Nessuna assomiglia a quello che ho testa.” “Incredibile” dissi. “Possibile?”. Avevamo sempre delle idee indescrivibili nella nostra testa, e forse per quello non se ne volevano mai uscire. “Ragazzi! Ragazzi!”. Il quartetto si ricompose con Sofia che aveva la bocca spalancata, gli occhi pure. Sembrava salterellare anche se era ferma. “Cosa?” “Ho il nome!” Teneva un volume fotografico girato di schiena. Io e Giacomo ci guardammo, “…Che nome?”. “Per la rivista!”. Io e Giacomo ci guardammo ancora. Sofia girò il volume e sopra una donna seduta su una panchina con addosso una pelliccia, capeggiava la scritta in caratteri affilati Swinging London. Noi stringemmo gli occhi…qual era il nome? “Swing!” disse Veronica, connessa telepaticamente già da una decade all’amica. “Swing?” “Swing!”. Avrei avuto un paio di domande da fare, per esempio com’è che Swing spiegava più di Gonzo’s quello che ci sarebbe stato all’interno della rivista, anche perché non era ben chiaro neanche a noi cosa ci sarebbe stato all’interno, e in che modo Swing ci rappresentava di più, dato che Gonzo’s lo sentivo più vicino, se non altro per il suono, se proprio non si volevano calcolare i rimandi al Gonzo di per sé. Sapevo che anche Giacomo aveva gli stessi dubbi, ma chissà come ce ne dimenticammo in breve e promuovemmo l’idea con autentico entusiasmo. “Ma è geniale! Semplice ed efficace.” “Un nome, quattro lettere, e quanti rimandi!”. Avevamo il nome, e decidemmo di andare a mangiare per festeggiare, anche perché mettersi a studiare a stomaco vuoto sarebbe stato controproducente. Pagai il libro per mia mamma, e lo feci incartare con un carta d’un rosso caldo.
Il posto destinato al pranzo era il terzo luogo focolare della giornata. Il nostro pub di sera, la nostra osteria di giorno: era un po’ tutti e due, era un po’ niente, e forse per quello ci piaceva tanto, forse perché nella sua decadenza, nella suo tentativo di mantenersi giovane, nelle sue promesse di modernità sempre corrette in versioni approssimative, rivedevamo il nostro futuro e parte del nostro presente. Ci sedemmo sui posti fuori, una lunga fila di tavoli in legno separati dalla strada da dei vasi di piante. Le vetrine dentro lasciavano intravedere mattonelle unte e ombre, e una di queste si trasformò a pochi passi da noi in un omaccione con la barba fitta e la testa pelata, il bicipite stretto in una maglietta bianca. Era Enzo, il cameriere, anche se cameriere è forse esagerato e allo stesso tempo svilente. Era uno dei tuttofare, mettiamola così. “Cosa prendete, ragazzi?”.
Ordinai il mio solito panino, un hamburger di manzo con il brie e la salsa tartara, e patatine, e la solita birra ambrata, solo che piccola e non media. “Non cambi proprio mai, eh!” disse Veronica. “Mai” risposi sicuro. Veronica ordinò qualcosa di leggero, un panino di sesamo con mozzarella e crudo, e patatine fritte e anelli di cipolla bagnati nella maionese, per compensare la leggerezza del panino. Da bere, un litro d’acqua che avrebbe diviso con Sofia. Sofia prese del pollo allo spiedo e patate al forno, piatto della casa. Giacomo chiese se potevano evitare le salse nel suo panino, gli facevano un brutto effetto allo stomaco, e lo chiese sempre con tono di voce piuttosto sommesso. Che non si sapesse che il suo stomaco avesse i disturbi di un sessantenne.
Sarà stato il sole che ci rinfrancava, o le sigarette che si spegnevano e si accendevano a ritmo di un applauso accorato, ma macinavamo idee. La rivista, nella nostra mente, avanzava. Se il titolo era Swing, allora la struttura, le varie sezioni e rubriche, avrebbero preso la forma di una serata mondana. La decisione. La preparazione. L’arrivo. La festa. Il bar. Il ballo. Il ritorno. Il letto.
Alla decisione, quando ci si mette a chiedersi cosa fare, valutare le varie ipotesi, i vari locali, sarebbe corrisposto un articolo focalizzato su un problema attuale, come il traffico in una determinata via, e le possibili soluzioni per arginarlo, se non superarlo. Alla preparazione sarebbe corrisposto un articolo di moda e costume. Poi l’arrivo, tutto nuovo e sgargiante, viaggi all’estero; la festa, gli eventi in città e provincia raccontate dai partecipanti; il bar, dove valuti cosa bere e come mischiarlo, recensioni di film e musica; il ballo, il luogo dell’incontro, sarebbe stato dedicato alle storie degli incontri tra le persone, che siano essi d’amore o di lavoro, di successo o di disgrazia; il ritorno ha il sapore della nostalgia, quindi il passato, vecchie avventure dimenticate di chi c’era; infine, il letto, dove si può finire soli o in un’aspettata compagnia, ubriachi o sani, assonati o ancora pimpanti, dedicato alle mille possibilità della narrativa. Ci piaceva, e mentre ci piaceva mangiavamo i nostri panini, e mentre mangiavamo i nostri panini, ridevamo.
Andammo a bere il caffè del dopo pranzo sempre da Rudy e Miriam, e mentre tornavamo, a passo sconsolato, verso la biblioteca, verso i libri, incontrammo, per il caso o perché esiste il destino, Gian. Gian faceva parte del nostro gruppo da una vita, solo che aveva deciso di andare a lavorare subito dopo il liceo. Continuavo a chiedermi quale fosse il demonio che l’avesse guidato in quella scelta. La responsabilità, forse? “Ohilà!” “Ohilà!”. Ci demmo il cinque, diede due baci ciascuno a Sofia e Veronica. “…Che ci fai qui?” “Ah, oggi il capo ci ha lasciato il pomeriggio libero, per il progetto che è andato bene.” “Quello del cliente inglese?” “Sì, sì.”. Gian faceva il grafico, e ne portava tutte le cicatrici: gli occhiali spessi da sfigato che facevano stile, i capelli arruffati da sfigato che facevano stile, lo zaino da sfigato che urlava stile e la scritta tatuata sull’avambraccio che recitava Joy e si traduceva Stile. “Oh venite al parco? Stavo andando lì a leggere…ma se venite ci buttiamo, con sto sole!”. Ci guardammo. Veronica era quasi disperata, Sofia recitava la parte per fedeltà nei confronti dell’amica. “Perché no? Possiamo sempre studiare domani” dissi, sicuro che il sole sarebbe sparito nei prossimi mesi.
Camminammo per una strada che saliva e scendeva, ombreggiata, e superato l’angolo dove una copisteria lasciava fuoriuscire odore di inchiostro caldo, il sole illuminava da sinistra come in un’opera d’arte di Vermeer la distesa del parco che, scosceso, arrivava fino al fiume, e oltre il fiume, la strada. Ci mettemmo su una panchina che ci lasciava godere la vista, le scintille dell’acqua, le macchine che tremavano in seconda; i nostri visi erano illuminati, socchiudevamo gli occhi, e l’odore di pino e erba facevano da barriera naturale a quello che ci circondava, allo scorrere che avevamo davanti. Eravamo come spettatori al cinema. “Ci sta proprio una sigaretta” disse Giacomo, con l’accendino pronto a scoccare la fiamma. E, all’unisono, tutti fumammo, tranne Gian che le sigarette se le girava. Ci metteva sempre un’eternità a mettere insieme il tabacco, la cartine e il filtro in un prodotto finito e pronto all’uso.
“…E avete pensato alla grafica?” chiese mentre stringeva tra le labbra il filtro. Strada facendo gli avevamo parlato della rivista Swing, ovviamente. “Pensavamo a qualcosa stile fumetti, molto giallo, però lo pensavamo così, niente di serio…” dissi, e il fumo mi uscì di bocca alla pronuncia delle vocali. “Sentite qua…” e accese la sigaretta, soffiò, “…perché non fare una cosa solo illustrata” “Mmmm” fece Sofia, in un moto di interesse. “Pagine ruvide…” continuò Gian, “…e ogni articolo avrà il suo disegno. E che abbia a che fare con la città e l’articolo si intende. Voglio dire, se si parla del mercato del sabato, per esempio, ma solo per fare un esempio, ci si mette un’illustrazione del mercato.” “E chi le fa?” chiese Giacomo. “Beh io, e chi lo sa fare. In città è pieno di aspiranti illustratori.” “Davvero?” chiese Veronica. “Certo, si nascondono nelle cantine a giocare a Magic, ma ci sono. Basta scovarli”. L’idea ci piaceva, aveva un che di coinvolgente e di espansivo, come l’acqua che scorre su una superficie e si distende. Fumammo ancora.
Fu sempre Gian a tirare fuori il cellulare e dire: “Guardiamo cosa suggeriscono su Internet, o avete già controllato?”. Io e Giacomo incrociammo gli sguardi: no, non avevamo controllato, lo facevamo sempre alla fine. Era una prerogativa delle nostre iniziative e della nostra creatività. Alzammo le spalle. Gian digitò qualcosa su Google dal suo I-phone, sussurrò: “Allora, allora…” mentre la seconda sigaretta si riduceva nella mano destra, “Ecco…qua dice: prima di tutto bisogna avere un direttore responsabile iscritto all’albo dei giornalisti o a quello dei pubblicisti. Ce l’abbiamo?”. Il silenzio che calò suonò come una tempesta di disgrazia. “Ma come iscritto all’albo!” “Eh sì!” “Ma no dai!” disse Veronica, “…Così fiscali?” si sorprese Sofia, “…Se nessuno mi pubblica come faccio a diventare un pubblicista!” dissi, alzandomi in uno scatto di stizza, calciai l’aria. “Vabbè poi ci sono altre questioni burocratiche ma mi sembra che ci possiamo fermare qui” disse Gian. “Non conosciamo proprio nessuno che fa il giornalista?”. Guardammo il sole che stava cominciando la sua discesa, e la risposta apparve senza che nessuno avesse bisogno di pronunciarla: NO.
Recuperammo i libri in biblioteca, rimasti chiusi per l’intera giornata. Recuperammo gli zaini; ci infilai il sacchetto con il libro per mia madre che incredibilmente non avevo perso durante il nostro pellegrinaggio. Decidemmo di fumare l’ultima sigaretta, e poi magari di andare a bere qualcosa al solito posto, il pub/osteria/…. “No, io vado a casa. Devo studiare.” disse perentoria Veronica. “Studiamo domani!” suggerì Sofia. “Ci siete domani?” chiese Giacomo. “Sì, ma domani studiamo! Niente progetti strani, nessuna finta di essere finti giornalisti di una finta rivista!”. Il fumo della sigaretta si faceva più vivo con la luce bassa e arancione del tramonto. “Aspettate..” disse Gian, “Finti giornalisti, finta redazione…perché non…sentite qua. Una serie. Una web serie. Su un gruppo di giovani in una redazione di un giornale fondato da loro. Ho già l’ambientazione: il magazzino di mio padre. Gli diamo una sistemata e…”. Giacomo annuiva lento, “Non sembra male!” ammisi. Guardammo Sofia e Veronica, che si guardarono a loro volta.
Il sole stava sparendo dietro la linea frastagliata dell’orizzonte, ma noi eravamo agguerriti e sereni; sapevamo che anche l’indomani avremmo continuato a inseguire i suoi raggi.
