SUI REGALI DI NATALE

Sleigh Ride delle Ronettes prese a suonare dalle casse. Ferruccio, detto Ferro dagli amici, detto Uccio dalle amiche, era al bancone del piccolo negozio di design per la casa. «Glielo impacchetto?» chiese, con un fare materno, la commessa.

«Grazie!» rispose compiaciuto Ferro.

Gliel’aveva comprata; dopo tanti anni in cui passavano davanti alla vetrina con la compagnia, dopo tanti annunci di meraviglia per quella lampada a forma di L con la base squadrata e gli angoli decisi, questo Natale gliel’avrebbe finalmente consegnata e le avrebbe detto tutto quello che non aveva mai avuto il coraggio di ammettere a voce alta.

Ringraziò la commessa, recuperò il pacco incartato di un rosso caldo come una stufa a pellet, lo mise dentro la sporta con gli altri regali e controllò l’ora sul cellulare. Gli occhi prima gli si fecero stretti, poi larghi dalla sorpresa e dal dramma.

Aveva poco tempo.

Fuori dall’uscio, il traffico di passi e cappotti abbottonati si mischiava a quello degli odori: delle castagne e delle ciambelle, dei profumi di cotto e del freddo pungente. Si immise verso la corrente diretta a nord della città, dove la cupola di una chiesa si ergeva a stella polare e le luci prendevano a formare archi rovesciati di lumini e ghirlande.

Ferro ripassò mentalmente l’elenco.

Alla madre e al padre aveva preso, ancora un mese prima, un buono vacanza. Un triste cartoncino che attestava la loro libertà di scelta fino ad una cifra di trecento euro.

Alla sorella, che si era sposata da poco, aveva preso delle cuffie bluetooth. Così, pensava, poteva distrarsi dagli impegni della casa e dal marito per qualche ora. Al marito, suo cognato, avrebbe regalato un set di coltelli. Era un appassionato di cucina, e una passione vera va, oltre che dichiarata, anche dimostrata.

A Gianni, appassionato di basket e cibo grasso, la maglia di O’Neal ai Lakers.

A Fede, fissato con la statistica e i portieri, la maglia di Handanovic all’Udinese.

A Gigi un libro fotografico su Istanbul, a Fra un berretto di lana, a Giada un libro di Elizabeth Von Arnim, alla Gioia un manuale di moda.

E ad Alice, la lampada.

Chissà come rimarrà sorpresa, pensò Ferro. Certo, lì per lì dirà che è una follia. Spendere duecento euro per lei, una semplice amica. E sarà in quel momento, nella confusione della circostanza, che Ferro dirà che l’ama da quando l’ha conosciuta. Da dodici lunghi anni, nonostante storielle e storione, non fa che pensare a lei.

Si era ripromesso di aspettare un giorno in cui, se mai fosse successo, lei non fosse più stata insieme a Graziano. Solo l’anno scorso credeva di aver perso ogni speranza, sembrava che il matrimonio fosse imminente, e invece durante l’estate il patatrack. Graziano l’aveva mollata per una ballerina cubana.

Ah, pensò Ferro, grande Graziano!

Superò una famiglia indecisa su dove andare a bere la cioccolata calda, svoltò verso la via centrale, quella dei negozi di lusso. Non sapeva bene quale direzione prendere. Riguardò il cellulare. Sbuffò, la nuvola di condensa si formò come il vapore di una sigaretta elettronica a medio voltaggio. Si sistemò il capellino di lana che gli prudeva sulla fronte. Cazzo, e adesso? Aveva poco tempo e gli mancava ancora un regalo. Quello per lo zio Carlo. Erano legati fin da piccoli e la tradizione di farsi il regalo era cominciata allora, ma adesso avevano un po’ perso i contatti. Si vedevano quelle due o tre volte all’anno e si raccontavano qualcosa. Gli voleva bene, ma il suo regalo non era certo tra i primi a cui pensare e da spuntare. Ferro emise un verso da uomo seccato dalla pressione di un dovere, un mnmnmnmnm a labbra strette. Le luci brillavano e lo sciame di avventori e sporte cavalcava la via come un esercito in guerra. Mnmnmnmn, ancora. Si guardò attorno. Permesso, permesso, permesso, scusi…ma dove stava andando?

Cosa gli serviva?

Un negozio di cianfrusaglie, ecco cosa. Un emporio confuso di oggetti sconclusionati. Lì, sicuro, avrebbe trovato il perfetto regalo per lo zio. E, dato che una risposta giusta genera un’altra risposta giusta, gli venne in mente quello che le aveva detto la Fra qualche settimana prima. Parlando del più e del meno mentre erano a bere un caffè rintanati nel salone bianco di un bar, gli disse che il Landia, un negozio appena fuori dal centro, aveva un repertorio di prodotti adatti a quei regali per persone a cui sentiamo il dovere -certo, anche il piacere, ma soprattutto il dovere di non sfigurare- di donare un pensiero. Quanto aveva? Quaranta minuti. Calcolò pressapoco il tempo che gli ci sarebbe voluto. Recuperare la macchina, affrontare il traffico, fare una sortita veloce. Sì, decise. Anche perché se avesse aspettato ancora, avrebbe perso l’ultima occasione. Gli ultimi minuti di apertura della vigilia di Natale.

Ci mise 32 minuti a raggiungere il parcheggio a spina di pesce dirimpetto il negozio. Superate le porte automatiche, Jingle Bells Rock sembrava sfidare a volume i bip delle casse. Ferro cominciò a passeggiare per i corridoi, superando le commesse con i cappelli di Babbo Natale in testa, chiedendo scusi ai genitori, schivando bambini esagitati. Le sezioni degli scaffali sembravano decise da una lotteria. Maglie, matite e cornici. Sgabelli, tovaglie e quaderni. Mnmmnmnmn faceva Ferro. E su e giù, spiava qualche scatola senza convinzione. Il cellulare segnava quattro minuti all’orario di chiusura. Ferro accelerò il passo come se al prossimo angolo fosse esposto quello che faceva per lui, che lo convinceva. Ok, era lo zio, non serviva chissà che originalità, ma almeno qualcosa per la quale non vergognarsi.

Ci vollero tre angoli prima di arrivare al capolinea della ricerca affannata. Sullo scaffale più alto, Ferro si fece convincere da un set di asciugamani, il cui colore grigio-azzurrognolo trovava sposarsi bene con le pareti del bagno del parente. Non che fosse particolarmente convinto, ma almeno aveva stabilito un rapporto immediato tra l’oggetto e il destinatario.

Poggiati sull’avambraccio e raccolti nel cellofan gli asciugamani, si recò alle casse, la cui coda sembrava un livello avanzato di Snake. Fu in quella successione di teste, che Ferro riconobbe la chioma fulva e il sedere d’una imperfezione divina di Alice.

«Scusi, dovrei…scusi, sa…non vorrei…Alice! Alice!»

Alzò il braccio. Lei si voltò, sbarrò gli occhi, si mise una mano davanti alla bocca.

«Uccio!».

La raggiunse, promettendo a chi li procedeva che sarebbe tornato al suo posto.

«Come stai?», l’abbracciò. Le diede un bacio sulla guancia. La fissò mentre le teneva le mani sulle spalle.

«Allora?».

Alice era come imbarazzata. Stringeva le gambe. Teneva le braccia ben dietro la schiena.

«Che c’è?» chiese Uccio.

Lei sorrise, emise un gemito, poi: «Dai, ho qui il tuo regalo…»

«Il mio regalo?»

«Sì! Non guardare!»

«No, no…non…»

«Era una cosa che cercavo da un po’ di tempo…sai chi mi ha consigliato di venire qui?». Uccio strinse gli occhi, fece no con la testa.

« La Fra!».