
Mi chiamò il mio grande, geniale, a volte troppo idiota, amico Giacomo Tonin. Risposi al cellulare con un “Ehilà, chi si fa sentire, il vecchio grande, geniale, a volte troppo simpatico, amico Giacomo Tonin!”. “La sai l’ultima?” mi chiese senza perder tempo. Io le ultime non le sapevo mai se non era per lui; per questo trovava soddisfazione nel chiamarmi e chiedermi se sapevo l’ultima. Mi sedetti ai piedi del letto e dissi: “No. Che è successo?”. “Il nostro amico Franco Mario Giamatti.” “Sì.” “Ha sbattuto con la macchina l’altra notte.”. “Noooo” tuonai io preoccupato, ma pronto a prendere in giro fino al mese prossimo il nostro amico Franco Mario Giamatti. A meno che non si fosse fatto male. A quel punto avrei aspettato a prenderlo in giro: avrei aspettato che fosse guarito. Chiesi: “Si è fatto male?”, sperando non si fosse fatto un graffio, così che le perculazioni potessero partire seduta stante. “No, no. Lui sta bene, però la macchina, cinquemila euro di danni. Sto scemo, aveva bevuto.”. Madre del Cielo, grazie! Non solo stava bene ma aveva pure fatto il banale e imbarazzante errore di bere qualche bicchiere di troppo.
Potevamo partire, io e il mio amico Giacomo Tonin.
Mi misi comodo sul letto, disteso a pancia in su. “Come si fa a trent’anni e passa?” aprì le danze Giacomo. “Mah, non saprei. E’ lui che ha problemi ad accettare il fatto. L’età dei bagordi è finita.”. “E pensare che la scorsa settimana mi parlava di figli.”. Risi, Giacomo Tonin rise. “Quello gli mette il vino nel biberon.” dissi fieramente. “Quello chiama il figlio Verduzzo Mario Giamatti.” aggiunse Giacomo, più fieramente di me. “Ha precisato però che sono tanto, forse troppo impegnativi.”. Risi ancora, Giacomo Tonin anche. “Quello non vuole crescere. Non vuole responsabilità. Ha la sindrome di Peter Pan.” “Ha chiesto un prestito al padre per la riparazione.” “Nooo che vergogna. Come si fa?” “Solo Franco Mario Giamatti chiederebbe soldi al padre senza arrossire.”. “Sei certo che non è arrossito?” “Cento per cento. Me l’ha confermato lui.” “Ti ha detto altro?” “Mi ha detto che la Giada se l’è presa parecchio.” “E ci credo. Lei è una donna a modo. Altro che lui. Quei due…” “Cosa?” “Eh, quei due…” “Cosa quei due?” “Quei due durano qualche mese e poi…patatrac!” “Puoi dirlo forte, amico.”. Facevo no con la testa e scommetto che pure Giacomo Tonin, all’altro capo, faceva no con la testa. In quel momento eravamo in sintonia come due casalinghe davanti a Uno Mattina.
“…E non lo dico per parlare male di Franco.” disse Giacomo, “Noooo, no no no.” feci io. “E che gli vogliamo troppo bene.” dicemmo in coro. “Ora non sa neanche come fare con il lavoro. Per due settimane è senza macchina.” “Due settimane?” “Due settimane.”. Sorrisi appena, amaramente ma non troppo. “E’ proprio messo male.” “Pensa che ha avuto il coraggio di chiedermi se gliel’ha prestavo, la macchina.” “Tu??” “Io. Perché dice che tanto sono disoccupato e non mi serve.” “Che coraggio.” “E io come vado ai colloqui senza macchina?” “Non ci arriva proprio.” “Mi ha fatto troppo girare il cazzo.” “A proposito, come va la ricerca?” “Ancora niente. Oggi dovevo mettermi su…ma niente.” “Ah.” “Dovevo finire di vedere Dark su Netflix. Mi ha gasato troppo.” “Non mi raccontare niente che devo ancora iniziarla.” “Ok. Però guardarla eh. Spacca proprio.”. Annuii e sussurrai un sì, sì, disinteressato. “Vabbè, ti ho aggiornato. Oh, se ti chiede tu non sai niente. Non vorrei pensasse che vado in giro a dire i cazzi suoi.” “No, no, figurati.” “Torno a guardare Dark, che c’ho l’ultima puntata pronta.” “Goditela.”. Ci salutammo e sentii il bip della chiamata interrotta. Alzai la schiena dal letto, espirai. Ero sereno, più rilassato del tempo precedente alla chiamata, un tempo in cui io ero pieno di problemi e gli altri senza alcun cruccio: ora almeno ero sicuro del pasticcio del mio caro amico Franco. Mal comuni (o simili, o bastasse fossero mali anche diversi), quanto gaudio!
Il cellulare prese a vibrare nuovamente. Era proprio Franco Mario Giamatti. Risposi.
“Oh, ciao.” “Ciao, Franco Mario Giamatti.” “Ti ha detto Giacomo Tonin?” “No, cosa?” “Ho fatto un incidente ieri sera.” “Noooo. Mi dispiace.” “E aspetta. La macchina è ferma dal carrozziere per almeno un paio di settimane.” “Che sfiga nera! E con il lavoro come fai?”. “Ancora non so. Ho provato a chiedere a Giacomo se mi prestava il bolide.” “E?” “E quello mi ha risposto che non può perché la usa per cercare lavoro.” “Pfff” feci io, mi rigettai sul letto in un tonfo. “Quell’idiota fa finta di cercare lavoro da due anni.” “Posso dirti?” “Dimmi, dimmi.” “Giacomo Tonin è proprio un idiota a volte.” “Fosse solo a volte!”.
Ovviamente non era nostra intenzione parlar male di Giacomo Tonin: gli volevamo solo un gran bene.
