
Mi svegliai con una notevole carica in corpo, la carica di chi ha un grande progetto e una grande sfida per la sera stessa. Dovevo portare fuori una ragazza dalle parti di Castagnole per il quarto appuntamento, e al quarto appuntamento le cose si fanno serie e dispendiose. Avevo programmato una gita romantica a Venezia: un aperitivo nella zona di Rialto, una cena in un ristorantino a un passo dal canale e una passeggiata tra i lampioni ad altezza uomo di San Marco. Come si sarebbe poi concluso l’incontro sarebbe stato una sorpresa organizzata dagli istinti animali comuni.
Subito dopo colazione andai in centro. Il giorno prima ero stato contattato dall’agenzia interinale: l’assegno, per le due settimane di lavoro in una fabbrica di sedie, era pronto (avevo spellato a mani nude e della loro fodera svariati telai: una sofferenza indicibile per i miei polsi). Assegno in tasca, come avevo già fatto in queste occasioni, mi fiondai nella banca più vicina. Al bancone trovai una donna dai capelli scuri e ben tagliati in una sorta di caschetto irregolare, vestita in un tailleur blu molto elegante. Dissi: “Devo cambiare il mio assegno.” e le porsi il cartoncino allungato, pescato dai miei jeans. Tamburellai le dita sull’acciao del piano, sorrisi. La cifra ammontava a cinquecento euro. Cinquecento euro, e sarei stato ricco. Per una serata soltanto, certo, ma a quell’età i progetti di vita duravano non più di ventiquattro ore. Quindi, a breve sarei stato ricco.
La signora guardò storta l’assegno. Io guardai storto la signora. “Ma questa è la sua banca?”. Il mio viso si corrucciò. Che vuol dire che era la mia banca? Non avevo una mia banca. Ero ancora un uccello libero di beccare soldi a destra e a manca, dai miei, dai lavori in nero, da quelli mezzi in nero, e da quelli in bianco, dove ricevevo il solito assegno da cambiare, in una banca qualsiasi. “No. Però sono venuto spesso qui a cambiare gli assegni e non ci sono mai stati problemi.” dissi sicuro come James Bond. “Ma sarebbe meglio se si facesse il conto a questo punto, sa.”. Io volevo solo i miei soldi. Di come gli avrei ottenuti poco me ne importava. Vedevo già Venezia, e i luccichii dei canali e i remi delle gondole calmi e tenaci. “Va bene, ma quanto ci vuole ad aprire un conto corrente?”. “Facciamo in un attimo.” disse lei, fece anche un gemito di sorpresa come a dire che eravamo nel ventunesimo secolo, le cose corrono veloci. “Ok, allora!” “Bene. Allora…”. Mi chiese i documenti e i vari dati personali, poi cominciò ad inserirli a computer. Io aspettavo fiducioso. Cominciò a stampare fogli, e ad ogni foglio dovevo apporre la mia firma. “Firmi qui, poi firmi qui, firmi ancora qui, e poi qui, e qui e qui e là.”. Io firmavo, e firmavo, e firmavo, e firmavo. “Bene. Abbiamo quasi fatto.”. Era stata tutto sommato una procedura veloce. Cominciò a spiegarmi le tante minuzie da sapere, come le password per entrare nell’area riservata, e i codici pin e puk, e i codici assegnati per altre operazioni a cui non ero per nulla interessato. Io, come ho già detto, volevo solo i miei soldi. Tenerli in mano, sfregare i polpastrelli sulla superficie ruvida. Sentirne il profumo. Sperperarli in un piatto di spaghetti alle vongole e del vino.
Mi disse: “Ancora poco e ci siamo…”. Mi consegnò delle buste con dentro altri fogli, una chiavetta, il bancomat, feci altre firme, alcune su di un display digitale. “Finito.”. E mi riconsegnò l’assegno. Io le chiesi gentilmente: “E i miei soldi, scusi?”, ma pensai più rabbiosamente: “Dammi i miei soldi, bastarda.”. “Deve inserire l’assegno nell’atm interno, nella sezione dedicata. Venga, le faccio vedere.”. Mi mostrò la sezione dedicata dell’atm. “Grazie.” e mi misi davanti allo schermo, pronto a ripetere la procedura appena spiegata dalla gentile impiegata. Appoggiata al fianco della colonnina, disse: “Eh, no no.”. Io la guardai. Faceva no con la testa, le gambe erano posizionate in una D, i tacchi neri le davano un tono da comando. Continuai a guardarla. “Fino a lunedì non sarà attivo il suo bancomat. Quindi non potrà trasferire l’assegno.”. Chiusi gli occhi, scossi la testa come se fossi in un brutto sogno e fossi pronto a risvegliarmi. Gli riaprii. Lei ancora lì: si tolse dalla colonnina, mi disse “Grazie!” e aggiunse: “…Se ha bisogno di assistenza, ci contatti pure. I numeri di telefono sono segnati sulla tessera.”, e se ne ritornò alla sua postazione sbattendo i tacchi con esperienza. “Ho bisogno dei miei soldi, cazzona imbrogliona!” pensai, “Grazie mille!” dissi sorridente.
Me ne uscii dalla porta con la lentezza tipica e costretta delle porte in banca, e, una volta fuori, sotto i raggi di un sole caldo, cercai di calmarmi. Mi accesi una sigaretta e decisi che in qualche modo dovevo rivedere i miei piani. Dovevo trovare una soluzione alternativa al mio progetto iniziale. Conclusi che l’unica cosa saggia da fare era eliminare ciò che non potevo permettermi nella perfezione confezionata dalla mia mente.
Quindi comprai dei preservativi di ottima qualità e invitai la ragazza direttamente a casa dei miei usciti per cena.
Non andò come me l’ero immaginato, ma di certo non era dipeso dai soldi.
