
Quand’ero bambino, e vagavo annoiato tra le stanze della casa di montagna di mio nonno, talvolta il nonno lo incontravo. Magari sul divano, a guardare sullo schermo della televisione da otto pollici l’ultima puntata di Beatiful (ultima nel senso di ultima trasmessa) o in camera, a leggere il giornale e bestemmiare contro i comunisti o i fascisti (era un democristiano dedito all’azienda), o in veranda a guardare se cambiava qualcosa nel panorama, una vallata verde e gialla (che non è cambiata in vent’anni). Ogni tanto parlava delle sue cose: vite, aneddoti, avventure, pettegolezzi; le cose di cui parla un vecchio. E io ascoltavo, spesso costretto dal null’altro che potevo fare; dimenticavo sempre la Playstation a casa. Una volta mi domandò, con le lacrime agli occhi, sempre davanti alla televisione, che trasmetteva un programma in bianco e nero: “Sai chi è Walter Chiari?”
Ovviamente non lo sapevo; per quelli che erano i miei interessi allora, avrei potuto rispondere un personaggio di Tekken o il nemico finale di Crash. “No” risposi. E lui, ingolfato, e biascicando dalle risate: “E’ un mito!”
Un mito.
Anche se non posso annoverare Walter Chiari tra i miei di miti (purtroppo non c’è stata una corrispondenza nei tempi), quando molti anni dopo capii con più cognizione di causa chi fosse, cosa aveva fatto in vita e quanto piaceva alle donne, non ebbi dubbi a riporlo nella sfera personale dei grandi, che avrei venerato celatamente e di cui avrei voluto imitare stile e portamento.
Di personaggi più o meno famosi a cui mi sono ispirato e di cui ambivo a diventare il gemello diverso, ce ne sono a bizzeffe, tanti quanti sono stati gli interessi più o meno profondi che ho avuto in trent’anni. Salto la parte dei cartoni animati, nella quale sì avevo dei miti, Vegeta e Mark Lenders, ma avevo compreso troppo presto che trasformazioni in Super Sayan e Tiri della Tigre erano realisticamente fuori portata. Il primo uomo, vero, grosso e impavido, di cui ho voluto ripercorrere le orme è stato Paul Ince. Un nero, e già qua avevo qualche problema di emulazione, che giocava all’Inter nel 1997. Onestamente non ricordo di averlo neanche mai visto giocare una partita intera, ma sapevo di voler giocare come lui. Era una convinzione legata alla simpatia della faccia e forse al fatto che fosse inglese; non era comune vedere un inglese giocare nel campionato italiano, visto che i più militavano tra le squadre di Premier. Quando poi lo scoprii, durante gli highlights di Novantesimo Minuto, effettuare una rovesciata poderosa al centro dell’area avversaria e segnare in quel modo così spettacolare, mi convinsi: dovevo diventare forte come Paul Ince ma, soprattutto, dovevo fare le rovesciate come Paul Ince.
La verità è che la rovesciata richiede molto coraggio e una certa dose di sregolatezza: si deve saltare, spingendosi all’indietro, e una volta raggiunta la posizione orizzontale, pensare a colpire il pallone con i piedi all’aria e non badare a dove sbatterà la schiena, o la testa. E io, più saltavo, più pensavo: aspetta che qua mi faccio male, aiuto, la prossima volta porto il materassino e così via. Capii che la rovesciata non era per me, e quindi, non era per me neanche Paul Ince.
Per fortuna cominciai a interessarmi al basket. E cominciai a interessarmi al basket perché avevo scovato un giocatore, Vince Carter, un nero leggermente più bianco di Paul Ince, che faceva delle schiacciate spettacolari: piroette in aria, braccia mosse come fossero dei mulini a vento con la palla in mano, avversari saltati di netto (Non scherzo: ha saltato sopra un centro di due metri e passa per poi schiacciare). Avevo deciso di ispirarmi a lui per le giocate durante le partitelle al campetto e nel campionato giovanile. Come avrete già intuito, non riuscivo a saltare tanto da schiacciare a canestro, ma continuavo a tentare; in fondo ero molto giovane e dovevo ancora svilupparmi completamente, pensavo. Non ho capito quando è arrivato l’apice del mio sviluppo, fatto sta che è durato talmente poco da non accorgermene: un giorno ho iniziato a saltare meno di quanto saltavo prima. Il miglior risultato ottenuto è stato quello di schiacciare con una pallina da tennis su un canestro molto inclinato verso il basso, per colpa dell’usura. Quel pomeriggio mi sentii un po’ Vince Carter, ci fu una leggera eccitazione che mi pervase, ma durò fino a cena, credo, e forse neanche fin lì. Poi, come già detto, cominciò il declino e lasciai perdere gli allenamenti per aumentare la mia potenza di salto: era andata male.
Il rap diventò il mio genere musicale preferito; lo ascoltavo sempre a casa o a scuola, sul walkman degli amici. Eminem, che era rappresentante della pelle bianca nel mondo underground nero d’America, aveva preso il posto di Vince Carter. Presi a vestirmi con pantaloni larghi e dal cavallo ribassato e con delle maglie anch’esse fuori misura. C’era solo un problema: non avevo problemi. O meglio, i miei problemi non erano neanche paragonabili a quelli che aveva avuto Eminem prima di incontrare la fama; lui era povero, aveva mollato la scuola, non aveva un padre, lo picchiavano. Io al massimo potevo restare bocciato a fine anno. Perché la mia famiglia riusciva ad arrivare a fine mese, maledizione? Perché i miei non divorziavano? Perché mio padre non scappava con una minorenne senza mai più ripresentarsi a casa? Perché nessun energumeno mi picchiava spaccandomi il naso? Perché ero così normale? Cercavo di espiare queste colpe trasgredendo le regole che gli adulti imponevano, come fa ogni adolescente che rispetta la sua adolescenza. Finii per imbrattare uno scuola-bus con le bombolette spray in un parcheggio, ma la parte più divertente fu che non mi accorsi delle telecamere: c’erano quattro enormi telecamere appese ai lampioni del parcheggio e due cartelli grandi con su scritto che la zona era video-sorvegliata. Nessun carabiniere venne a suonare il campanello di casa per portarmi in questura ma compresi, data l’evidenza così lampante della cosa, che non ero il tipo di persona capace di gestire la trasgressione con intelligenza e classe; quei comportamenti, come le maglie che portavo, mi cadevano addosso decisamente larghi e scomposti.
Si intromisero le donne nella mia vita, con gli occhi, i sorrisi, le tette. Da qualche parte dovevo trovare un mentore. Nello stesso periodo mi appassionai al cinema. Due più due, in questo caso, fa Brad Pitt. Ogni essere femminile che conoscevo bramava per quello sguardo profondo, gli occhi azzurri, il sorriso smagliante, magnetico, sensuale. Cominciai a studiare i vari look dell’attore, tramite l’infinita collezione di foto su Google: capelli corti, capelli lunghi, barba lunga, barba corta, e pensavo che se avessi imitato il suo modo di pettinare la chioma o il suo modo di regolare la peluria sul viso, avrei ingannato le mie papabili prede, le donne che avevo intenzione di conquistare. Fu il periodo che scopai meno in assoluto, e sta a significare che non scopai proprio. Ci misi un po’ a capire che assomigliare a Brad Pitt era impossibile tanto quanto trasformarsi in Super Sayan o realizzare il Tiro della Tigre; che da bambino ci fossi arrivato molto prima, mi da ancora da pensare.
Se oggi dovessi dire qual è il mio mito, risponderei che ce ne sono molti, dal cinema alla letteratura, passando per calcio, musica, basket. E forse qualcuno si occupa di attività che non sono neanche vicine alle mie passioni; penso, per esempio, a Greta Thunberg o a Nelson Mandela (scherzo, ammiro le loro battaglie ma non sono miei miti; l’ho scritto per farmi apprezzare in questo periodo). Ma ho cambiato il modo di rapportarmici: li seguo, ne resto affascinato, ma poi torno a pensare a come far funzionare le cose da me, con le mie capacità e i miei modi. Se dovessi prenderne uno per la scrittura ma proprio così, per divertirmi con un esempio pratico, forse citerei David Foster Wallace. Ogni volta che leggo le sue opere, che siano saggi o narrativa, rimango senza parole, per la prosa così colta e contorta ma divertente. Un genio, davvero. Però lui era depresso, io no. Lui si è suicidato, io sono felice. Io sono felice.
Perché sono felice, cazzo.
