
Marta aveva il cancro. Una cosa potente, aveva detto il medico, in soldoni. Glielo aveva detto tre giorni prima di oggi, il 25 di dicembre, e aveva aggiunto che, senza cure e medicine, non le restava che qualche settimana di vita. Mentre il medico le aveva parlato della malattia, si era chiesta se avesse potuto cominciare a fregarsene della glicemia, del colesterolo, della pressione, della coagulazione del sangue e di tutti quegli altri parametri fuori livello, per i quali prendeva ormai da cinque anni quattro pastiglie al giorno, ogni mattina. Si era chiesta, inoltre, se avesse potuto mangiare un buon bignè al cioccolato; non ne mangiava uno da molti anni, da cinque su per giù.
Oggi, il 25 di dicembre, Marta, distesa sul letto con lo schienale rialzato, guardava fuori dalla finestra della sua camera, situata ad un’altezza che permetteva una vista piuttosto gradevole sul parcheggio dell’ospedale e sugli andirivieni bruschi e improvvisi delle ambulanze in servizio. Poi guardava fuori dalla porta, situata nella parte opposta della finestra: infermiere con addosso il cappello di Babbo Natale sfrecciavano con in mano cartelline, o siringhe, o oggetti che dovevano essere poco piacevoli sui pazienti se usati nel modo corretto, come indicato dalle linee guida della medicina. Ogni tanto, passavano dottori con il camice bianco ma senza il tipico cappello rosso: sarebbero stati più simpatici con qualche addobbo, pensava Marta. Gruppi di persone camminavano con indecisione; di solito erano composti da un uomo di mezz’età ben vestito, una donna con qualche anno in meno dell’uomo, ben truccata, un ragazzotto sui diciotto anni con dei vestiti o troppo larghi o troppo stretti e una bambina sui sette con i capelli in disordine, quindi in ordine. Famiglie che venivano a trovare i loro vecchi al reparto vecchi.
Una di queste bambine sui sette anni, entrava nella stanza, rincorrendo qualcosa. Marta si incuriosiva e cercava di capire cosa stesse inseguendo, aguzzando la vista che non era più quella di un falco ma più quella di una talpa. La bambina spariva davanti ai piedi del letto e si rialzava tutto d’un tratto, con in mano, una pallina rimbalzina. Era vestita con un maglione di lana pesante, rosa, chiuso nel mezzo da dei bottoni grandi dello stesso colore e sul quale era disegnato, all’altezza del petto, un cavallo a dondolo, marrone.
L’ho presa, esclamava con un sorriso a trenta denti, la bambina: gli incisivi cominciavano appena a farsi strada. E usciva dalla stanza, sparendo, superato l’uscio, a destra.
E Marta ricordava allora qualcosa che si era scordata. Un momento della sua infanzia, lontano, quando ancora vedeva alla perfezione e, disteso su un letto, ci stava il nonno, sopravvissuto a due guerre, chiamate poi mondiali: cose potenti.
Era sempre oggi, il 25 di dicembre. Lei era sotto il tavolo e giocava con il suo cavallo a dondolo, regalatogli dallo zio quella stessa mattina. E quello stesso zio, da sopra il tavolo, addentava un pezzo di pasticcio al ragù, preparato dalla sorella, madre di Marta. Lo zio, tra un boccone e l’altro, raccontava della gelata che gli aveva rovinato l’intero raccolto e non sapeva come cavarsela per il prossimo anno: gli affari sarebbero stati miseri, ammetteva. La sorella si proponeva di aiutarlo con qualche soldo che aveva messo via sotto il materasso del letto matrimoniale. Poi chiedeva alla figlia di mettersi composta e seduta sulla sedia. Lo zio invitava la nipote a uscire dal suo nascondiglio perché tra poco sarebbe stato scartato il vassoio con i bignè, di cui alcuni al cioccolato. Lei, allora, lasciava sul tappeto il regalo e risaliva dall’orlo della tovaglia, facendosi abbracciare dall’uomo.
A Marta, le veniva in mente questo, in quell’istante, in quella camera d’ospedale. Non le veniva in mente cosa aveva mangiato a colazione o dove aveva messo le pantofole, ma le veniva in mente dello zio, lo zio Giovanni. Strano come funziona la memoria, quando hai una certa età, pensava.
Si rimetteva ad osservare i movimenti giù dal parcheggio. Una mamma accompagnava all’interno della struttura i figli piccoli, tenendoli per mano. A tratti, li trascinava e combatteva con qualche capriccio dovuto a un dispetto, fatto dal più grande al più piccolo.
Di nuovo, Marta veniva assalita da una visione di un momento di poco conto, questa volta dei suoi primi anni da sposata.
Era, come oggi, il 25 di dicembre. Mentre finiva di apparecchiare la tavola, riempita di candele di cera rossa, caraffe di vino, pane e piatti bianchi mai usati, suonava il campanello. Il marito accorreva alla porta e apriva. Dal basso, sgusciavano all’interno dell’appartamento due bambini, che cominciavano a rincorrersi nel salotto, schivando una poltrona, l’albero addobbato, un divano, il mobile della televisione e quello, più piccolo, della radio. Poi entrava Miriam, sorella di Marta e madre delle due saette che stavano riempendo di frenesia la stanza. Miriam aveva divorziato da un paio di mesi dal marito; era stata la prima del paese a fare una scelta del genere. Il paese, dal canto suo, non aveva mancato di far sapere cosa ne pensava, attraverso sguardi storti, dicerie e distanze potenti. Miriam, dopo aver salutato il marito di Marta e aver chiesto con una certa veemenza ai figli di calmarsi, si avvicinava alla sorella e le dava due baci, porgendole i regali ancora impacchettati, da mettere sotto l’albero e aprire poco dopo.
Un’infermiera, dall’uscio della porta, chiedeva se andava tutto bene. L’anziana, colta di sorpresa, spostava gli occhi verso la giovane donna; ancora distratta, rispondeva che sì, andava tutto bene. Un paio di secondi dopo, Marta era di nuovo sola e distesa su un letto d’ospedale. Dalla finestra, il panorama era immobile; dalla porta, lo spazio era vuoto. Poteva ascoltare un uomo che discuteva con la fidanzata, al cellulare, in corridoio. Discuteva con un tono di voce alto. Litigava. Litigava con un tono di voce molto alto. Urlava. E rimaneva in silenzio. Rimaneva in silenzio. Rimaneva in silenzio.
E la mente di Marta scavava. E trovava quel che stava cercando.
Era oggi, martedì 25 dicembre, e si era trasferita da poco con il marito e il figlio in una casa più grande di quella precedente: ora aveva anche il giardino, un pastore tedesco nominato Rambo dal marito e la cantina. Tra gli invitati al pranzo, abbondante e lungo, lungo da credere che non finisse mai, c’erano la sorella Miriam e i figli e il nuovo compagno, la madre e non il padre, mancato qualche anno prima, e non lo zio Giovanni, mancato anch’esso molti anni prima. Cosa potente, la mancanza. Il figlio di Marta, di diciassette anni, era stato lasciato il giorno prima dalla ragazza, sua compagna di classe al liceo. Dopo il pranzo, il riordino dei piatti e degli avanzi e il posizionamento al centro della tavola della frutta secca, si decidevano le squadre per giocare una partita a scopone scientifico. Marta e Miriam avevano unito le forze e sfidavano i figli. Durante il gioco, il figlio di Marta raccoglieva all’ultimo giro, con una certa spavalderia consona all’età, il sette bello, con il quale lui e il cugino avrebbero vinto la partita, giusto di un punto.
Una voce squillante rompeva quell’istante di silenzio.
Ciao nonna, gridava la nipote, entrando di corsa nella stanza d’ospedale con in mano un piccolo piattino, coperto da un velo di carta da cucina. Si affacciavano poi il figlio e la moglie del figlio, nonché madre della nipote di Marta. La bambina saliva sul letto, mentre il padre cercava di avvertirla di fare attenzione a non pestare le gambe della nonna. La bambina, con un caschetto di capelli bruni e le guance tonde, annunciava a Marta che aveva portato un regalo per lei; si metteva comoda sul letto, sedendosi e facendo attenzione a non sgualcire la gonna lunga di velluto comprata per le festività dalla madre; e scopriva il piccolo pensiero: un bignè al cioccolato.
E come suo zio Giovanni. Quando l’abbracciava, una volta riapparsa dal drappeggio della tovaglia.
E come sua sorella Miriam. Quando le dava i regali di Natale da mettere sotto l’albero e da scartare insieme.
E come suo figlio. Quando esultava per un punto conquistato in una partita di scopone scientifico dopo pranzo.
Nonostante un’annata difficile, nonostante un divorzio o nonostante un cuore spezzato.
Nonostante una malattia.
Davanti a quel bignè. Davanti a sua nipote. Davanti alla nuora. Davanti a suo figlio.
In un impeto. D’istinto. Senza logica. Senza pensieri.
Quel 25 di dicembre, Marta: sorrideva.
Cosa potente, il sorriso.
Buon Natale a tutti.
