SUL PRIMO APPUNTAMENTO

Da quando dice sì, ovviamente anticipando il fatto che è comunque un periodo un po’ così, che non è un gran momento, che è molto concentrata su se stessa e poco sugli altri, insomma da quando dice sì ma già mi ha confuso, tolgo l’aglio dai pasti. Anche se mancano quattro giorni.

Il giorno prima faccio qualche flessione e qualche esercizio per gli addominali, per sembrare in forma. Devo stare attento a farli lentamente perché sennò mi si blocca la schiena. Concluso l’allenamento, mi guardo allo specchio e devo dire che provo una certa soddisfazione nel vedere con il giusto gioco di luci e ombre quella mezza tartaruga, timida e in letargo.

Il giorno stesso mi immagino qualche frase neutra ma di classe da dire nei momenti difficili, quelli in cui i secondi di silenzio sembrano un’eternità. “Ah, Flaubert, che scrittore.”, “Sai che mi piacerebbe molto creare un orto biodinamico nel terrazzino di casa.”, “Se solo penso a quel porco di Weistein.”.

Due ore prima, comincio a prepararmi. Mi faccio una doccia, profumando con attenzione le parti intime che non si sa mai, ma alla fine si sa che è mai. Mi asciugo, lavo i denti per cinque minuti buoni. Poi: l’outfit. Chiaramente mi vesto a seconda della ragazza con cui passerò la serata. Studiate su Facebook tutte le passioni, i generi musicali, i film, i luoghi di frequentazione e le foto, opto per camicia azzurra e pantalone cachi con Clarks nel caso in cui alla ragazza piaccia il fitness, Ed Sheeran, Mangia Prega Ama, frequenti locali dai nomi improbabili come Esco Pazzo, Limoni in Sala, Hot and Cold ecc. e abbia molte foto #nofilter delle serate passate con le amiche e gli amici. Nel caso in cui, invece, alla fortunata piaccia la fotografia, un gruppo rock qualsiasi ma solo i primi due album, qualche mattone cinematografico degli anni ’20, frequenti locali belli perché brutti e abbia foto di sé stessa, girata di schiena, al tramonto, che raccoglie un’orchidea, e a fianco un furetto la guarda con tenerezza (questa tipologia devo dire che mi attizza sempre, sarà per il furetto), indosso una camicia a quadri, un jeans chiaro largo sopra, dei calzini a righe messi a caso ma che, guarda un po’, richiamano i colori della camicia e, senza indugi, le Clarks. Le Clarks vanno sempre bene. Puoi andare anche a rifugi in montagna con le Clarks; passi per un uomo sportivo che tiene molto all’eleganza.

Mi aggiusto la barba con il rasoio e sono gli unici peli a subire qualche trattamento. Purtroppo il mio machismo, presente anche se tendo a nasconderlo, impedisce qualsiasi tipo di depilazione corporea.

Parto con l’automobile e parcheggio in centro. Raggiungo il punto in cui abbiamo deciso di incontrarci, facendo un giro largo per stemperare la tensione. Mi sono specchiato in ogni vetrina dei negozi, per assicurarmi che i capelli, sistemati con la riga leggermente spostata per la #nofilter o arruffati per la donna furetto, siano in ordine, o nel giusto disordine.

La aspetto. Mi avvisa che è in ritardo. Intanto un amico mi scrive, chiedendo se esco. Gli rispondo che devo vedermi con Chiara. Dopo un messaggio di sorpresa, che potrebbe essere “Ma va??” oppure “Grandissimo!!” o ancora “Che topa quella!”, il mio amico chiude la reazione alla notizia con un “Scopa duro!” oppure “Dominala!” o ancora “Smontala!”. Sicuramente non è un tipo da Clarks. Sullo smontare una donna, devo dire la verità, per quanto ci provo mi faccio sempre smontare io. A volte, con tanto piacere.

Arriva Chiara. Si scusa per il leggero ritardo. Le prime parole che dico dovrebbero essere “Non preoccuparti.” o “Capita, figurati.”, ma faccio una sorta di mix delle due frasi e, dalle mie labbra, esce qualcosa come “Non capitarti, curati.”. L’inizio poteva andare meglio. Lei sorride; credo di averle fatto tenerezza. Sempre meglio dell’indifferenza; almeno dopo può prendermi per il culo con le amiche.

Ci incamminiamo verso un’osteria, per bere l’aperitivo. Comincio con un generico “Come va?”. Con certe ragazze, potrei aver già finito di parlare per tutta la serata. Ti raccontano tutto, ogni particolare della loro vita, ogni trauma, ogni gioia, dall’infanzia ad oggi, passando per morosi lasciati, amiche perse, sogni traballanti e dubbie sicurezze. Chiara è diversa; mi dice “Bene. E tu?”. Passa la palla a me. Cazzo.

Le racconto cos’ho studiato, dove lavoro e cosa mi piace, il solito discorsetto preparato che abbiamo tutti per rompere il ghiaccio; quello che ho costruito negli anni, affinando i punti forti. Sciorino qualche regista, qualche scrittore, qualche riflessione. Lei comincia a farsi coinvolgere; risponde a tono, con i suoi pareri e i suoi interessi.

Sulla politica aspetto che si esponga lei; se vota Salvini, sostengo a voce alta che gli immigrati creano un forte disagio, se vota il PD, preciso che bisognerebbe trovare una soluzione per integrazione, se vota 5 Stelle, do al ragazzo che chiede l’elemosina 2 Euro e addio povertà, addio problemi, sbafati due hamburger da McDonald’s, sono un grande, ciao Europa, Robin Hood è tornato.

Seduto sulle sedie del plateatico esterno del locale scelto per passare quell’oretta e mezza, lei, mentre sorseggia un vino bianco tutto bollicine, mi parla della sua estate in Sardegna, di quanto è bello il mare, di quanto è rilassante il mare, di quanto è blu il mare, di quanto è divertente il mare, di quanto è romantico il mare, di quanto è emozionante il mare. Di quanto non si possa vivere senza mare.

Io odio il mare. Ma non è che odio il mare e mi piace la spiaggia; odio anche la spiaggia, e il beach volley, e il sole, la sabbia, la salsedine e il chiosco. Tutto. Ma non posso che risponderle: “Guarda, appena posso metto ombrellone e racchettoni in macchina, direzione mare Adriatico. A fine giornata mi scotto che ci puoi cucinare due uova e soffro per un paio di settimane ogni notte, devastato dal prurito e dal dolore, ma non posso rinunciare a passare un pomeriggio disteso su un asciugamano che si sgualcisce ogni cinque minuti mentre i granelli di sabbia mi entrano in ogni anfratto e non riesco a leggere perché c’è troppa luce. La pace dei sensi, davvero.”. Tanto, chissà se mai scoprirà la verità.

Nella camminata che porterà ognuno alla propria automobile, chiedo che progetti ha nei prossimi giorni, così per preparare il terreno alla seconda uscita. “Tra una settimana parto per un anno. Vado in Norvegia a salvare le foche con il WWF.”. Per fortuna che non può vivere senza mare.

Per alcuni una settimana sarebbe più che sufficiente; anzi, alcuni andrebbero a letto con Chiara quella sera stessa. Io no. Io, quando ho a che fare con una donna, sono Gaybrush Threephood in Monkey Island 3, bloccato a Puerto Pollo, con una scopa, due diamanti, un cappello da mago e una bambola voodoo. Non so come unire gli oggetti per andare avanti con il gioco.

Accompagno Chiara al suo parcheggio, le do due baci e la saluto, facendole gli auguri per la Norvegia e le foche. In fondo, gli intenti sono nobili e, se devo dirla tutta, l’ho trovata una ragazza interessante: sognatrice, incoerente e autentica. Peccato.

Prima che mi possa allontanare, mi chiede di vederci il giorno seguente per cena.

Rispondo di sì. Evidentemente anche Gaybrush Threephood ha il suo fascino.

Continua, dicendo che si potrebbe fare qualcosa anche nel pomeriggio. Io ci penso un attimo e faccio un cenno affermativo con il capo. Lei: “Mare?”. Ma che cazzo. Io: “Bell’idea.”.