SUL POKER

Quando avevamo vent’anni e volevamo sentirci virili, di quella virilità che c’avevano raccontato, le possibilità erano due: o si andava a far impazzire qualche pollastrella, ma, a parte qualche eccezione, posso affermare con una buona dose di onestà intellettuale che tra il gruppo allargato di amici non c’erano poi questi grandi margini di successo, oppure si giocava a poker. Al Texas hold’em, quello in cui hanno due carte in mano e tre in tavola, comuni ad ogni giocatore, che poi diventano quattro e cinque. Questa tipologia di poker era tutta nuova, era una delle tante mode della lista d’esportazione Usa, insieme ai film pulp e ai capellini New Era. Io conoscevo il poker all’italiana, quello delle cinque carte, ne cambio tre perché ho una coppia, spero di trovarmi con una doppia coppia, non succede e mi ritiro dalla mano: ecco fino a dove arrivava la mia passione e la mia dedizione per l’argomento. Ma con il Texas hold’em le cose erano cambiate. Il gioco sembrava avere una marcia in più, era più teso e zeppo di suspense, e la voglia di battere a suon di full i miei amici, che durante la partita erano i peggiori nemici, era alta quanto una scala reale.

Di norma, quando si era deciso che la serata andava a parare lì, ci si preparava con i ghirigori di rito, quei piccoli dettagli che avrebbero reso la partita, un’esperienza. La sfida, un’epopea. Un po’ come i popcorn e la Coca Cola al cinema, o la vodka alla menta in gita. Con il poker si sposavano bene le sigarette e i superalcolici sofisticati come il whisky. Anche l’ambientazione faceva il suo: se possibile, ci si riuniva attorno ad un tavolo tondo, di legno, e le luci sarebbero state soffuse: avrebbero reso l’atmosfera cupa, colpevole anch’essa di precipitare con stile nel vortice del vizio.

Appena seduti, le risate calavano d’intensità fino a spegnersi. Ci si squadrava come si squadrano i lottatori di lotta libera sul ring prima del gong, se c’è ancora il gong; prima del bing o di qualsiasi rumore ci sia ad annunciare l’inizio del match. La prima questione da dipanare era la posta in gioco. Quanto eravamo pronti a scommettere sulle nostre capacità di leggere le carte altrui e di muoverci di conseguenza? Io mai più di un paio di euro. E valeva lo stesso per molti dei miei amici. Raramente arrivavamo a giocarci la banconota. Fortunatamente c’era sempre qualcuno che, in barba alla vergogna, si opponeva con reticenza a proposte così onerose: con cinque euro si poteva comprare un pacchetto di sigarette, con dieci due, e con venti ci si viveva anche un’intera settimana se si escludevano le sigarette. Una volta che veniva raggranellato al centro del tavolo il bottino, la somma delle monete, che di solito ammontava a dieci euro scarsi, dieci euro che sotto il loro valore monetario nascondevano ben di più, come dignità, orgoglio, mentalità vincente, tenacia e talento, colui che si era offerto come croupier prendeva a mescolare le carte e nel mentre venivano distribuite uniformemente le fiches (non abbiamo mai giocato con rientri ecc ecc). Carte in mano sotto il mento, si cominciava. C’era chi si lamentava fin da subito, appena intraviste le misere possibilità di successo, ma si aveva il dubbio fosse una tattica per aggirare il pensiero comune. In realtà, capii molto tempo dopo, non era quasi mai una tattica: nessuno bluffava, perché non era così semplice come poteva sembrare dal manuale del perfetto giocatore di poker o dalle partite che passavano su Sportitalia. Ci voleva una certa faccia di bronzo e una dose abbondante di tranquillità; e in una sfida di tale portata era pressoché impossibile. Nel tempo di sei o sette sigarette a testa, si eliminava il primo giocatore. Questo non solo aveva perso la partita e i soldi della posta in gioco, ma anche il resto della serata: non avrebbe potuto fare altro che guardare la televisione, o cincischiare con il cellulare, o guardare gli altri giocare, fino a che il secondo eliminato non lo avesse raggiunto. La stanza intanto si riempiva dell’odore di fumo stantio; la temperatura aumentava, e con essa diminuiva drasticamente la soglia d’attenzione. Il terzo e il quarto venivano eliminati perché avevano scambiato il re con un fante, o non avevano contato bene le carte uguali. Il whisky faceva venir voglia di dimenticare la partita e di darsi alle danze dei locali affollati, di uscire di casa e di cercare qualche pollastrella fuori dalle quattro mura domestiche, ma ormai che si era di quel ballo, quello si doveva ballare. D’altronde c’era sempre qualcuno che voleva vincere e che non accettava un pari, patta e liberi tutti.

Non c’era via di scampo.

Quello che ad ogni nuovo inizio sembrava essere un gioco pieno di colpi di scena, si spegneva piano piano in una speranza di fine partita, il più veloce e indolore possibile. Non importava più vincere o perdere, importava finire. Tramontata la voglia di uscire di casa, arrivava quella di rintanarsi sotto le coperte per una lunga e piacevole dormita. Le palpebre si abbassavano davanti ai numeri e alle figure e l’unico modo per rinvigorire lo spirito era accendere un’altra sigaretta. I più fortunati, quelli già eliminati, se ne potevano andare felici, con qualche moneta in meno nel portafoglio, ma con addosso ancora la libertà di muoversi in un pianeta senza obblighi di partecipazione. Liberi di respirare l’aria all’esterno, profumata dagli arbusti e rinfrescata dalla notte. Liberi di andarsene a dormire.

Liberi.

Si finiva verso le quattro di notte. Uno aveva vinto, quello più resistente al sonno, e gli altri avevano perso. Non restava altro che consolarsi, ognuno sul proprio letto, dicendosi, prima di perdersi in un sogno, che se non si era stati fortunati nel gioco, si sarebbe stati fortunati in amore.

Magari non domani, ma un giorno.

Di sicuro.