
Mi sono messo a letto alle undici, il giorno dopo dovevo recarmi al lavoro per le otto, quindi dovevo svegliarmi alle sette, quindi avevo calcolato otto ore di sonno: sette, sei, cinque, fino alle undici.
Le undici.
Mi sono avvolto nel lenzuolo bianco, che separava me dalla coperta, a luce spenta, la sveglia programmata sul cellulare, le sveglie anzi, tre. Una alle sette, una alle sette e zerodue minuti, una alle sette e zerocinque. Forse ne devo mettere una alle sette e zerosei? No, tre dovrebbero bastare. Mi sono girato una volta. Ho sentito il lenzuolo tirarsi e stropicciarsi troppo verso un lato. Ho chiuso gli occhi. Ora dormo. Non stavo dormendo. Quanti minuti saranno passati? Anche se fossero cinque, e non dormissi otto ore piene, qualcosa più vicino alle sette ore e mezza, andrebbe bene. Mi sono girato un’altra volta. Il lenzuolo non mi ha seguito nel movimento, è andato per i fatti suoi, come un serpente che si attorciglia lontano da me. Fosse un serpente, che stesse pure lontano, ma è lenzuolo, perché si comporta così?
Ora dormo. E non stavo dormendo.
Mi è venuto in mente il lavoro, d’altronde lì sarei dovuto andare l’indomani. Non in spiaggia, o in aeroporto a prendere un volo per i Caraibi (si dice sempre Caraibi ma chi ci è mai andato ai Caraibi?), ma al lavoro. Per fortuna l’unica fatica del mio ruolo è quella di arrivare in sede; una volta sedutomi è tutto in discesa, non devo fare niente di importante. Conto talmente poco che anche il mio superiore fa fatica ad accorgersi degli errori e a rimproverarmi; mi rimprovera lo stesso, ma quando ha bisogno di sfogare lo stress accumulato. Poi gli passa e per un po’ non si sfoga più. Assomiglia ad una slot machine: quando è piena, paga: ed ecco che vinco un rimprovero.
Ora dormo. Uno, due, tre. Niente. Non riesco a perdermi nei meandri dei sogni. Quanto è passato? Sono andato a vedere quanto mi restava da dormire, alzandomi e poi inginocchiandomi davanti allo smartphone. Sette ore e mezza. E’ già passata mezz’ora? Com’è possibile? Come si è evoluto il tempo, quali curve ha preso? Ho già dormito un po’, per caso? Mi sono addormentato senza accorgermene? Sono tornato a letto, ho recuperato una parte del lenzuolo, l’ho messo in pari con la coperta e ho chiuso gli occhi, gambe dritte, busto dritto, faccia all’insù: non potevo muovermi, sennò il lenzuolo tornava per i fatti suoi. O forse no? Forse sono riuscito a trovare lo stesso sistema segreto che usa mia madre per rifare il letto. Forse sì, perché no? Perché non darsi un po’ di fiducia? Mi sono girato. Il lenzuolo mi ha seguito, la coperta no. Maledetta coperta, maledetto lenzuolo. Mi sono rigirato e il lenzuolo non mi ha seguito. Ero coperto per metà da una coperta, per metà da un lenzuolo. Ho deciso di andare in bagno.
Rientrato in camera, ho guardato il cellulare: sette ore. Il tempo stava procedendo come mai era successo, i minuti erano secondi, i secondi istanti che scorrevano tra un battito di ciglia. Ho dato un raddrizzata al lenzuolo, mi sono disteso, il lenzuolo era vivo, si è mosso da solo, l’ho stretto, l’ho tirato, appallottolato, e gettato in un angolo della camera. Ora era rimasta solo la coperta, a riscaldarmi. Sta buona, sei la mia unica fonte di calore, oltre al termo; che però era da un po’ che funzionava così e così. Che significa così e così? Significa che se avessi messo la mano sul termo, sarebbe scottato, ma se fossi stato in camera a gironzolare, avrei sentito freddo. Forse erano gli infissi il problema? O il termo o gli infissi funzionavano così e così. O entrambi. Ora dormo. No: troppo agitato.
Mi sono ritrovato in cucina: una camomilla per distendere i nervi. Ho fatto bollire l’acqua, l’ho versata nel bicchiere e ci ho fatto annegare la bustina, che ha preso a colorare il tutto di un giallo sfumato e a profumare di fiori la stanza. Ho provato a mandare giù un sorso. Troppo calda. Ho aspettato. Tic toc faceva l’orologio, tic toc, tic toc, sei ore e mezza urlava se avesse parlato italiano. Sei e mezza. Ora cominciava ad essere troppo poco, sei ore e mezza voleva dire che avrei passato l’indomani con gli occhi gonfi e frastornato. Ho provato a fare un’altra sorsata: ancora troppo calda. Non si raffreddava più, si scaldava da sola, quel bicchiere aveva in seno i misteri dell’autogenerazione energetica. Raffreddati, stupida camomilla; intanto mi si gelavano le gambe, ero in mutande, e i peli erano ritti come degli spaventapasseri in un campo di pelle. Al terzo sorso, ho buttato giù l’infuso e mi sono scottato la lingua. Ero molto più calmo.
Sotto la coperta, gli occhi sbarrati guardavano il soffitto blu, illuminato dal chiarore della luna. Bel soffitto. Avevo un bel soffitto. Liscio, anonimo, avrei potuto scambiare il mio soffitto con il soffitto di un’altra camera, e nessuno se ne sarebbe accorto. Non si poteva dire lo stesso del termo. E degli infissi.
Ora dormo, porca puttana, dormo. Dormo. Dai.
Ho chiuso gli occhi. Ho pensato alla donna che mi prendeva, che m’affascinava e che mi accendeva come un fiammifero. A com’è fatta. Ho sorriso, mi sono coccolato sul cuscino, e ho immaginato che lei fosse il cuscino. E mi sono eccitato. Mi sono eccitato, purtroppo. Il nemico principe del sonno è l’erezione consapevole. Non potevo permettermela, non potevo permettermi erezioni, perché avrei perso la calma della camomilla, e avrei dovuto farmene un’altra, dopo, se avete capito cosa sarebbe successo prima. Ho smesso di pensare alla donna che mi prendeva, m’affascinava e mi accendeva; intanto ho mosso la lingua all’interno della bocca per capire quanto si era scottata, ed era meglio tenerla ferma. Doleva in punta, la lingua intendo. Ho sbuffato e sono andato a vedere l’ora: l’una e dieci. Mi rimanevano cinque ore e cinquanta minuti. Una tragedia, una tortura, una punizione divina. Ho fatto il calcolo e, se continuavo con questa tiritera, avrei dormito su per giù cinque ore. Cinque ore. Neanche mio nonno, poco prima di morire, che faceva letto-poltrona, poltrona-letto nell’arco dell’intera giornata, dormiva cinque ore. Disteso sopra il materasso particolarmente scomodo in quel frangente, ho massaggiato gli occhi e mi sono appoggiato sul fianco destro. Non mi restava altro che pregare. “Buon Dio…”, ma non ricordavo nessuna delle preghiere memorizzate a catechismo. Nessuna iniziava con “Buon Dio” infatti. Ho sbuffato, mi sono girato e rigirato, poi di nuovo al bagno, ho acceso la luce in camera e ho preso il celllulare, per ascoltare della musica. Quattro, otto, dodici canzoni. Ho posato il telefono e ho fatto no con la testa: ormai ero sveglio, vigile, oserei dire scattante.
E mi sono addormentato.
