
La copertina è liscia, luccica sotto i fari asettici sparpagliati per il salone della libreria. Passo la mano un paio di volte su quel bianco innocente, e quel titolo scritto sopra in nero, Il giovane Holden.
E’ il libro che ci ha consigliato la professoressa la settimana scorsa. I più bravi, quelli che se ne escono con un nove o un dieci ai compiti e alle interrogazioni, leggono sempre i libri consigliati dalla professoressa. Io no, quasi mai. Ci ho provato una volta, ed è andata male. Il titolo era Grandi Speranze. Di un tipo inglese con un pizzetto da tagliare, decisamente da tagliare. Mia mamma non ha voluto darmi i soldi per comprarlo, diceva che non me lo meritavo e che a casa ce ne erano altri di libri che potevo leggere. Aveva ragione; per quanto riguarda gli altri libri, a casa ce ne sono altri da leggere, ma alla professoressa non credo interessino granché, né i libri di ricette né i romanzi con i petti poderosi di uomini nudi in copertina. Però mentiva anche: sapevo che il problema del libro era legato ai soldi. Non ne abbiamo molti. Allora mamma cerca di dividerli con parsimonia tra me, le mie due sorelle e i bisogni di nostro padre. Non so quanto rimanga a lei, ma credo poco. Spero, almeno, poco. Io evidentemente avevo finito le mia parte, andata per una maglia o le rotelle dello skate, quindi niente libro. Non questo mese, aveva detto mamma.
Allora sono andato in biblioteca. Un edificio di quelli grigi con il pavimento in legno che fa criiicriiicriiicriicrii ad ogni passo, ad ogni respiro, che quasi ti viene voglia di smettere di respirare. Una signora con gli occhi di una civetta e il corpo di un bue muschiato mi ha confermato che avevano il libro, e l’ho preso in prestito. Ero contento, sul momento. Ma il giorno dopo. Il giorno dopo: un disastro. I miei compagni di classe, compresi quelli più bravi, soprattutto quelli più bravi, quei cani secchioni che sanno solo leccare il culo con dovizia a professori e allenatori, mi hanno preso in giro per il marchio della biblioteca. L’etichetta, un giallognolo sputo di carta con dei numeri e delle lettere, a certificare che non avevo i soldi per comprare neanche un libro. E’ stata una giornata da incubo. Hanno inventato un coro, Giacomo povero e culo non ha i soldi per un tubo, e ho riportato il libro subito indietro. E’ finita lì la mia avventura con il tizio con il pizzetto lungo.
Anche Martino guarda una copia del libro, la studia nel suo modo di apparire. Se la passa tra le mani come fosse un pallone. Poi la mano sinistra finisce in tasca a pescare qualche moneta. Conta, a palmo aperto. Il naso si stringe in una ruga a ragnatela, i soldi non bastano. Mi dispiace per lui, sono contento per me. Riposa la copia, io la mia. La rimetto in posizione nello scaffale beige, colmo di libri incastrati di taglio, con una certa lentezza. I polpastrelli che vogliono come tastare fino all’ultima filatura di carta. Un rumore assordante ci fa sbandare la vista verso la sala. L’allarme si è azionato. Non si sente niente, se non un auauauauauauaaauuuuuu che si infila nelle mie orecchie senza invito. Una commessa con i capelli a scodella, il viso quasi mortificato, decisamente stressato, urla: “Ci scusiamo, è un problema che va avanti da un paio di giorni. Andrà avanti ancora qualche minuto. Cerchiamo di sistemare il prima possibile…”, e si allontana verso la cassa, verso il varco antitaccheggio, anch’esso in preda a convulsioni di luci rossi intermittenti. Martino mi colpisce con la mano, credo. All’altezza del petto. Prende le due copie de Il giovane Holden, mi dice qualcosa che non capisco. Faccio una faccia da uno che non ha capito. Lui si avvicina, mi urla all’orecchio “APRI LO ZAINO!”. Io sono confuso, forse per il suono, forse per l’ordine di Martino, comunque mi sfilo lo zaino dalle spalle e apro la tasca principale. Martino si guarda attorno, nessuno ci sta osservando, infila i libri. Richiude con la zip. “ANDIAMO!”. Io mi sento come guidato da uno spirito, senza gambe, cammino, senza il peso dei pensieri, mi muovo leggiadro e ansioso, d’un ansia primordiale, verso l’uscita. Martino saluta, io no. La commessa con i capelli a scodella risponde con un cenno sorridente delle labbra.
Superati i portici e l’angolo della via, cominciamo a correre verso la salita di selciato di porfido affiancata dai palazzi dai cancelli in ferro e gli stemmi ai campanelli. Non so perché corriamo, nessuno ci insegue. Forse perché in generale ci piace scappare, forse perché sembra essere l’unica soluzione. Ci fermiamo su una piazza deserta, due panchine vuote. Ci sediamo. Abbiamo il fiatone, ma riusciamo comunque a ridere. Metto lo zaino tra noi, lo apro. Porgo una copia a Martino, poi prendo la mia. “Abbiamo rubato!” penso, o dico.
La professoressa ci aveva già beccato una volta a me e Martino a rubare. Eravamo in gita, in una cittadina di provincia. Una che aveva una serie infinita di chiese, e poche case, pochi bar, poche strade. Non ho ancora capito cosa fossimo andati a vedere: le chiese erano tutte pressoché uguali. Fatto sta che in una di queste, mentre i nostri compagni si erano inginocchiati a pregare su invito del prete che ci aveva fatto da guida, io e Martino abbiamo fregato la sorveglianza della professoressa, e ci siamo messi a curiosare tra candeline e candelabri. Abbiamo trovato la cassetta delle offerte, abbiamo fatto in tempo a contare le monete che c’erano dentro e a dividerle equamente: venivano fuori due euro a testa. Appena messo in tasca il bottino, ho sentito l’orecchio torcersi come ingabbiato in una presa da wrestling. “Cosa state facendo?…Come vi permettete?”. Era la professoressa, con gli occhi rossi e brillanti di rabbia assassina. “NON SI RUBA! QUESTI SONO PER I POVERI!”. “Io sono povero!” ho detto, e lei ha risposto: “Per i poveri VERI!”. Avrei voluto dirle che, se la questione del povero fosse stata tutta una burla, si sarebbero dovuti avvisare assolutamente i miei compagni di classe, ma ho lasciato perdere. Tanto aveva cominciato a rimproverarci, e non avrebbe ascoltato alcun tentativo di replica.
Rannicchiato nel letto a castello, nel mio scompartimento basso, accendo la torcia. Dalla finestra si vede la sera, il cielo è violetta. Sfoglio Il giovane Holden, che ho rubato perché consigliato dalla professoressa, professoressa che mi ha detto che non si ruba e che non sono un vero povero, etichetta che mamma prova ad evitare per lei e per tutta la famiglia con le unghie e con i denti, tagliando su qualche spesa extra come i libri facoltativi.
Sfioro le pagine opache, dove scorrono parole una dietro l’altra, dove l’inchiostro crea piccoli solchi, e mi accorgo che sono ruvide.
