SULLA CREATIVITA’

Il termine di per sé, usato come viene spesso usato di questi tempi, mi infastidisce. Non riesco a farci niente, mi suona come se non dovesse suonare; creatività, e ogni sua costola aggettiva come creativo o creativa, mi stride nelle orecchie. Non so come si sia evoluto l’utilizzo del sostantivo, e se si sia effettivamente evoluto, fatto sta che oggi, per come la vedo io, ha perso di forza ed efficacia.

Sembra che la creatività sia diventata una caratteristica che uno ha o non ha, che si possiede in barba agli altri più sfortunati e della quale si può fare un certo vanto, e se non vanto, una bandiera, sotto cui si possono riunire altri fortunati creativi. Una squadra, un club, a tratti una setta, che combatte contro gli altri, quelli che stanno sotto l’ala della meccanica. Non che quest’ultimi siano migliori, sempre a sparare un “radical chic” disgustato o un “quando crescerai” borioso, come se il fatto di voler dar vita a qualcosa sia inutile, futile e bambinesco.

A tutti quelli che conosco, quindi provo a spararla grossa: a tutti quelli che stanno in questo mondo, piacerebbe dare vita a qualcosa. Ognuno ha le sue propensioni, i suoi interessi e le sue competenze, quindi l’elenco delle cose a cui dare vita potrebbe essere particolarmente lungo: un’azienda, un disegno, un’automobile, una strada, un ponte, una porta, una sedia, un libro, uno strumento musicale, un paio di pantaloni, una copertina, un disco, un computer, uno spazio, un’opera d’arte, una legge matematica o fisica, un telefono. Potrei andare avanti ancora per molto ma mi fermo qui.

Ora prendo ad esempio il libro, tentativo di creazione che mi è vicino (riuscito o meno è un altro discorso); durante la fase di stesura, avevo certamente utilizzato un parte delle mie doti creative per sviluppare la trama e i personaggi, ma certo è che se non mi fossi messo a scrivere davanti alla tastiera, sera dopo sera, battendo meccanicamente sui tasti in modo tale da mettere insieme una frase dietro l’altra (e non si pensi che sia stato lì a trovare la parola giusta per colpire il lettore, la maggior parte delle volte era un flusso che usciva, come se si stesse pensando e quello che si pensa fosse messo in ordine e scritto, ma senza badare all’apparenza), il libro non sarebbe venuto fuori; sarebbe rimasta una vaga idea su una storia. Di fatto, niente. In percentuale, il rapporto tra lavoro creativo e lavoro meccanico è stato 30 70, a spanne: senza studi statistici, solo la mia impressione e i miei ricordi.

Allo stesso modo è essenziale, per chi volesse dedicarsi ad ambiti più scientifici o comunque pratici, maturare un allenamento agli aspetti più fantasiosi dell’attività umana. Ho bene in testa un processo trovato su “Sette brevi lezioni di fisica” di Carlo Rovelli, in cui, raccontando qualche aneddoto di Einstein, scrive che, prima di testare e verificare una teoria, lo scienziato ebreo la immaginava. Prima la immaginava, e poi stava a studiare se poteva essere plausibile o meno la sua immaginazione. Si potrebbe concludere che grazie anche alla creatività di un uomo, oltre ai suoi infiniti e perpetui studi, possiamo godere oggi della teoria della relatività. Da cui mi sono sempre tenuto alla larga, dato la mia scarsa capacità di comprensione di determinate leggi che regolano il mondo: forse sono troppo creative per i miei gusti.

La creatività è una parte che si decide di utilizzare oppure no. Non è che se ne sarà mai privi o immuni, se si preferisce restare sullo scontroso; si sceglierà semplicemente di non imbracciare un’arma che viene data di default. E’ un po’ come il Braccio sinistro di Daniel in Medievil, il videogioco.

Se poi si pensa possa essere, presa da sola, la più potente delle armi, una sorta di Suzuki Escudo in Gran Turismo, che conduce alla conquista di tutti gli obiettivi prefissati, vuol dire essersi dimenticati che, per finire il gioco, bisogna farsi prima tutte le patenti.