SUI GRUPPI MUSICALI SCONOSCIUTI

Da buon amante del cinema ho sempre vissuto la musica come una ricchissima colonna sonora al servizio della mia immaginazione. Voglio immergermi con la ragazza che posso solo toccare nelle mie fantasie in una passeggiata notturna per le strade vuote della città, e attacco qualcosa di romantico: da un melodico anni ottanta Joe Cocker ai più attuali Lumineers. Voglio nuovamente cavalcare il sogno di giocare una partita di basket e portare la squadra alla vittoria con azioni uniche e spettacolari, e butto su qualche pezzo hip hop old school: Rakim, Gangstarr, EPMD. Sono in mezzo ad una rissa, me la prendo con il più grosso e lo stendo, e intanto suonano di sottofondo i Limp Bizkit, o qualche pezzo hardcore dei Cypress Hill. Sono stato premiato per un film o un libro o un programma o un’iniziativa -ho sognato di essere premiato in tante attività in trent’anni, forse troppe- e, mentre tengo il discorso, un discorso accorato, importante e travolgente, Ludovico Einaudi suona “Divenire” al pianoforte.

Dei concerti non me ne è mai importato nulla. O poco: al massimo mi è piaciuta l’atmosfera creatasi in un determinato frangente: qualche gioco di luce, qualche emozione condivisa. Il fatto è che nei concerti la musica è protagonista e non accompagnatrice. Il cantante, o la band, è in mezzo al palcoscenico, il focus appartiene giustamente tutto a loro, e il pubblico deve cantare e ballare inondato dalle note della performance acustica. Ma io voglio pensare alle mie storielle, alle mie situazioni; e in quel baccano, con quelli attorno che mi guardano come a dirmi “Dai, forza, coraggio, muoviti anche tu!”, non riesco proprio a concentrarmi.

Attorno ai vent’anni i miei interessi musicali si sono acuiti, quando la laurea era il traguardo e col passare del tempo, al posto di avvicinarsi, si allontanava. La moda del periodo prevedeva di ascoltare incessantemente alcuni gruppi alternativi e di discuterne ai ritrovi serali e io mi adeguai, come sempre, senza troppe resistenze. Alcuni dei nomi che passavano dalle mie labbra a quelle dei miei coetanei sono ancora oggi in voga: Arctic Monkeys, Kasabian, Killers. Erano gli anni dell’indie rock e di tutto quello che ne derivava: pantaloni stretti alle caviglie, camicie a quadretti, ciuffi ondulati, fotografie al parco, Into the Wild, ecc. ecc. C’era un modo semplice, ma non veloce, per passare da ascoltatore amatoriale ad ascoltatore professionista ed era quello di tirare fuori, ogni tanto, un gruppo sconosciuto che bene o male suonava canzoni simili a quelle che già riempivano la memoria dei nostri i-Pod. Io, queste perle nascoste, questi artisti quasi incompresi, li ricercavo continuamente. Sui siti Internet, ricordo LastFM, e sulle riviste, XL, Rolling Stones, NME -rivista inglese di cui guardavo solo le figure-. “Li hai mai i sentiti i The…” era la frase che apriva le danze poi, alla sera, pronto con le cuffiette da porgere all’amico di turno, rigorosamente vestito in Montgomery e Vans. Sia io che l’amico.

Compravo anche cd di gruppi che non avevo mai ascoltato, che a malapena avevo sentito nominare. Cd originali da 10, 20 Euro. Era lì che trovava sfogo il mio consumismo, nella nuova esperienza di ascolto, che a volte durava giusto tre minuti: il tempo di dare una possibilità a tutti i brani dell’album, senza trovare mai il feeling necessario. Ma non importava; c’era comunque un nome nuovo da fare, e criticare. I “The…” fanno schifo.

Qualche pietra miliare delle mie ricerche è rimasta vivida nella memoria: i “The Thermals”, gruppo indie con ogni rigorosa caratteristica indie, di cui, se mi impegno, riesco a canticchiare “A pillar of salt”, canzone indie con riff indie. I “The Rakes”, anche loro indie che più non si può. Memorabile “A pillar of salt”. Ah no, aspetta, quelli sono i “The Thermals”; i “The Rakes” hanno fatto “22 Grand Job” e “Strasbourg”. Poi i “The Futureheads”; questi differivano perché avevano un stile più graffiante, mi sembravano più incisivi. Da ballare a gomiti alti.

Nel procedere incessante delle stagioni, una volta arrivata l’incredibile, trasognata e materialmente deludente laurea, la moda era passata: facevamo finta di non sapere più chi fossero gli MGMT o i Dirty Pretty Things, gli Strokes si erano trasformati da capaci musicisti in ripetitivi esecutori della stessa tipologia di canzone. E i Killers erano esplosi e quindi passati da tempo dalla parte del nemico, dalla parte del successo, dalla parte di quelli che tristemente avevano realizzato il sogno e quindi avevano smesso di essere sognatori.

Da parte mia, seppur abbandonando la barca come il resto della folla per tornare ad ascoltare i generi più disparati, quella cosa della ricerca verso i piccoli meno conosciuti mi rimase. Continuai a portarmela dietro, un’abitudine che si incollò addosso. Così quando mi stanco di quello che già conosco, apro le porte delle compilation Spotify, delle ricerche correlate e delle web radio; mi piace sognare ad occhi aperti qualche situazione e farmi aiutare in questo da chi, pur in modo diverso e con un altro linguaggio che prevede bemolli e bassi, sogna: l’azione è la medesima.

Ma non invitatemi ai concerti. Odio ballare, se non quando mi immagino scatenato in pista, a ritmo di “Say it” degli Houndmouth. Non li conoscete? Non sono male, li definirei…indie, credo.