SULLA RETTA

Quando parto in solitaria per un viaggio o una missione ci sono due sensazioni opposte che si alternano e guidano i miei ragionamenti e i miei movimenti: una è la scoperta, quel piacere di avere a che fare con gente diversa, posti diversi, abitudini diverse; l’altra è la paura di essere riconosciuto come estraneo a quella stessa gente, a quei posti e a quelle abitudini. Una mosca in mezzo ai ragni, una buca in mezzo alle colline, una bugia in mezzo al sincero corso della quotidianità.

La seconda sensazione, una volta che si impossessa di me, produce uno sconfinato imbarazzo, una sudata voglia di sprofondare, e, visto che lo sprofondamento raramente riesce, la tentazione di perseguire la soluzione fuga a gambe levate. Gambe levate come metafora: correre come un pazzo non aiuta certo a farsi passare per un tipo a posto.

Lo immagino più o meno così: due estremi di una linea retta che si inclina continuamente, propendendomi da una parte o dall’altra. Tra la scoperta e la paura.

Scivolo, mi rialzo, cerco di bilanciare, riscivolo, a volte fino al fondo, a volte resisto, a volte mollo, a volte punto i piedi. Sembra stancante, e lo è, tanto che arriva sempre il momento in cui mi manca il nido.

Capisco allora che è tempo di tornare alla tranquillità di casa, qualunque essa sia. Ma anche vivacchiare distesi tra i caldi ramoscelli di cui so alla perfezione la disposizione mi stanca. Ritorna quella voglia di scivolare, rialzarmi, resistere ecc ecc. E allora tocca di nuovo svitare i bulloni della retta, lasciar tremare l’appoggio sotto i piedi, muoversi come un ballerino che non ha studiato e non ha mai calcato un palco.

Quella volta che salii per il treno diretto a Vienna, non è che non avessi mai calcato il palco. Era la seconda volta che ci andavo, quindi qualcosa conoscevo; ma era la prima volta che ci andavo solo, quindi quello di cui si erano occupati i miei compagni di viaggio, come la prenotazione dell’albergo, le varie destinazioni da visitare e le strade da percorrere, erano attività inesplorate.

Mi ero portato un libro, e poi avevo con me la mia sacca. Non una valigia, non uno zaino e neanche un borsone, ma una bella sacca color argento, con tre strisce colorate che le correvano per lungo, molto anni ’80. Seduto nel mio scomparto, formato da sei seggiole abbastanza comode se non fosse stato per la durata del tragitto -l’intera notte, scrutai le sfaccettature del paesaggio fino a Udine, poi, complice il buio pesto, decisi di concentrarmi sulle pagine fino più o meno a mezzanotte.

Continuavo ad essere l’unico del mio scomparto. Quando la neve cominciò a cadere sul vetro del finestrino, e fuori il candore delle montagne a farsi luce, mi godetti la vista. Uno dei motivi per cui volevo ripercorrere il tragitto era la vista delle montagne innevate dal treno.

Verso le due provai a dormire. Tirai la mia seggiola, che si allungò, e mi permetteva di assumere una posizione più distesa. Il treno sbuffava. Io anche, perché non riuscivo a chiudere occhio. Ripresi a leggere, poi riprovai a dormire, e qualcosa forse ero riuscito ad ottenere, ma non ne ero sicuro; forse avevo immaginato un sogno che non avevo davvero sognato.

La pausa a Salisburgo durò una mezz’ora buona. Avevo la schiena dolorante. Nessuno salì, ero ancora solo e indaffarato con la mia insonnia. Finii per addormentarmi quasi all’alba. Mi svegliarono le voci di alcuni passeggeri austriaci che, a quel punto sì, dovevano sedere di fianco e di fronte a me. Sentivo la retta cominciare a inclinarsi verso la paura, loro parlavano tedesco; ma io sorrisi, stanco, loro sorrisero comprensivi, e la retta riprese stabilità.

La stazione di Vienna era grigia come il cielo, le persone camminavano strette ai loro cappotti, sbuffi di condensa dalle bocche, occhi pensierosi, io scendevo dal mio vagone con la mia sacca. La linea retta mi faceva scivolare verso la scoperta, la scoperta del sottopasso, della voce metallica degli orari, della zona dei bar dove presi un caffè e un…Da mangiare cosa avevano? La retta implacabilmente virò verso la paura, il terrore di informarsi su cosa avesse quella specie di brioche rinsecchita. La indicai, silenzioso. L’inserviente me la diede su un piattino e io mi calmai: avevo puntato proprio i piedi. Sorseggiai il mio caffè e la brioche. Vuota.

Dal piazzale della stazione, dove un grande albero di Natale si stagliava dorato e la neve aveva imbiancato ogni angolo, mi diressi alla via principale, per il piacere di passeggiare. Per il piacere della scoperta senza rischi.

Feci su e giù. I negozi addobbati a puntino alzavano le serrande, i camerieri ai bar servivano sacher e caffè doppi, i palazzi storici bianchi si alternavano a vetrate d’uffici e chiese gotiche. I baldacchini di legno sbocciavano come fiori in primavera. Ordinai un altro caffè che bevvi seduto su una panchina. Ero felice di essere dov’ero, assonnato, e con gli occhi fieri di essere aperti nonostante le ore piccole del treno.

Ci misi una ventina di minuti a raggiungere l’albergo, un quattro stelle che offriva un prezzo agevolato su Booking. Io non ero mai stato in un albergo a quattro stelle.

Quando entrai dalla porta laccata in oro, ad attendermi alla reception, una donna paffuta e bella e un uomo color caffelatte con i capelli a scodella. Entrambi avevano una giacca rossa con i bottoni sgargianti. Parlavano inglese, e questo mi confortò. La retta era instabile ma ferma, quasi dritta.

La donna mi diede le chiavi, ci salutammo con cenni di gratitudine; l’uomo allora mi chiese dove fossero i miei bagagli. Mi inclinai mostrandogli la mia fantastica sacca. Lui rise. «This one?» mi domandò. Io annuii, perplesso dalla sua risata, e lui rise ancora di più. Cosa cazzo ridi, volevo chiedere gentilmente. Lui mi fece cenno di passargliela; io gliela cedetti.

Prendemmo l’ascensore, camminammo sulla moquette bordeaux e ci accomodammo nella mia stanza, che aveva un letto incastonato tra i muri, un tavolino in legno laccato, e un terrazzo che dava sul panorama cittadino.

Il facchino cominciò a parlare del più e del meno; della città, dei posti giusti e della mia curiosa sacca. Io avevo controbattuto sereno fino a quando l’argomento non toccò proprio la sacca, che credevo meritasse una certa serietà nel trattamento.

Lui si silenziò, io anche. Perché non si levava dalle palle?, mi domandai. Lo salutai, lui fece un mezzo inchino, e se ne andò. Finalmente, pensai.

Ma, appena mi buttai sul letto, mi prese un dubbio atroce. Un senso di colpa. Un’eruzione di sospetta inadeguatezza. La retta si inclinò verticale verso la paura, io caracollavo senza appigli. Non avrà mica voluto la mancia?…Per aver portato su una sacca?…Una modesta, leggera e logora sacca?

Chiamai un amico, che sapevo essere un giramondo per lavoro. «Tu dai mica la mancia ai facchini?» «Ah, io non gli do mai niente. Anzi, gli dico sempre che mi arrangio!»

Lo ringraziai, e misi giù. Trassi un respiro di mezzo sollievo. Andai fuori, nel terrazzo panoramico, dove la città si lasciava vedere fino al suo termine. Dove il vento bruciava il naso. Dove io, lentamente, tornavo ad alzarmi sulla retta instabile.

Certo, ero solo; solo nella mia retta.

Ma in quanti lo siamo?