SULLE AFFINITA’

Mi feci distrarre dal fischio del treno e dalla vibrazione della sferragliata sotto il mio culo. Leggevo Corto viaggio sentimentale di Svevo, e la storia riguardava proprio i viaggi su rotaie di un uomo, il signor Aghios.

Quando questo stava per arrivare  a Venezia,  io ci arrivai. Misi il libro nello zaino e scesi al binario; mi avviai a passo spedito tra la folla che si accalcava in gruppi e si diradava a coppie. Era un tardo pomeriggio di febbraio, il sole si nascondeva e il vento colpiva al collo e alle orecchie. Dalla scalinata esterna svoltai in direzione del campo, dove mi sarei ritrovato, come da accordi, con la mia amica Stefania Orecchie. Era da un po’ che non la vedevo e non mi mancava troppo, non mi mancava poco; quel sentimento a metà che esplode per bene in un abbraccio e un profluvio di parole sulle novità poco entusiasmanti degli ultimi mesi.

Schivai tre turisti tedeschi che discutevano con i loro modi rigidi e meccanici, quei mille eins zwei drei, e poi una comitiva di orientali che alternavano le a alle o con qualche enne di congiunzione, più o meno in questo modo: aonnnoaanaooo. Poi francesi, indiani in manti sgargianti, due giovani biondi dall’inglese svelto e, alla fine di un piccola calle, prima di finire nella distesa di bicchieri, chiacchiere e luci, una famigliola russa con figliola e figliolo, che discutevano con quel tipico accento da killer professionista.

Li superai chiedendo permesso, quasi inchinandomi, quasi omaggiando Mosca e la vodka, e, nel vociare ammassato in quadriglie davanti all’insegna preferita, raggiunsi il locale prescelto da Stefania Orecchie. Tirai fuori il cellulare. Tutto intirizzito scrissi: “Sono qui!”

“Anch’io! Dove sei?”

Mi guardai attorno: guardai il plateatico, guardai i mucchietti di persone che ridevano e scherzavano. Vidi un braccio levarsi in aria, eccola là!

Era in compagnia di tre suoi amici; lei aveva un cappello bianco a coprirle la chioma lunga e chiazzata di riflessi biondi, il viso contento di vedermi, come immaginavo fosse il mio. Stretti, ci dicemmo le solite cose svelte. Poi mi presentò i suoi compagni di bevuta.

“Piacere Andrea, ma mi chiamano tutti Ropper!”

Ropper aveva il viso barbuto e un orecchino tondo delle dimensioni di una pallina da ping pong.

“Ciao, io sono Massimo ma sono conosciuto come Tracktor!”

Tracktor era basso e aveva i capelli biondi, leccati e tirati indietro.

“Io invece sono Federicold.”

“Federicold?”

“Sì, Federicold.”

Federicold aveva gli occhi gonfi e le labbra giallognole da fumatore accanito.

Ero, come immaginerete, abbastanza perplesso.

“Fanno parte di un gruppo!” annunciò allora Stefania. “Ah, un gruppo!” feci eco io, quasi rassicurato. “Facciamo musica!” disse, gongolando, Ropper. La testa gli andava su e giù come fosse uno di quei pupazzi che si premono al petto e si muovono. “Stavamo giusto parlando del nostro nuovo pezzo.” disse Federicold, e prese a e rollarsi una sigaretta. “Tu te ne intendi di techno-funk?”. “Mah…”.

Fu la mia ultima mezza parola pronunciata per le due ore successive. Il gruppo prese a parlare di musica, di generi musicali, di riff e di effetti e di effettiere, e poi virò su plettri e su concerti, su artisti che non conoscevo e su album che non conoscevo di artisti che conoscevo. Stefania ogni tanto interveniva con un commento che sembrava saggio, come “Va un po’ troppo a ricadere sui bassi…” o “Sul finale del singolo ci darei con la batteria…”, ma non sembrava le venisse data tanta fiducia. Il gruppo annuiva appena, e riprendeva l’argomento da dove Stefania l’aveva interrotto. Io annuivo vistosamente, invece. Annuivo e sorridevo. Annuivo e sorridevo. Solo una volta Stefania mi disse: “Dai! Parla un po’! Cosa ne pensi del remix tribal di taldeltali?”. Quindi annuii e sorrisi, e Stefania non provò più a coinvolgermi.

Salutai che il freddo pungeva alla punta del naso nonostante i due spritz bevuti. Stefania mi offrì la sua compagnia fino alla stazione. Mentre passeggiavamo nelle calli silenziose, tra il chiarore dei lampioni, parlammo del suo lavoro e della mia condizione di scapolo. Poi della mia condizione di disoccupato e del suo nuovo flirt: “…Mi vedo con Federicold.”. Quello che sembra schiattare da un momento all’altro? mi venne da domandare ma mi trattenni.

“Beh, è…è un tipo!”

“Sì, è forte…Sono forti!”

Annuii, sempre perplesso.

“Sono così eclettici, non trovi?”

“Sì, davvero…Anche troppo!”

“In che senso?” mi chiese lei, aggrottando le sopracciglia.

“No, figurati. Niente. Beh…sono contento se tu sei contenta!”

Fuori dalla stazione ci salutammo, lei si raccomandò di non ascoltare subito ogni canzone techno-funk mi passasse per i suggerimenti di Youtube, e io le assicurai che non sarebbe mai successo.

Poggiai lo zaino sul sedile di fronte e ripresi il libro di Svevo. Fui interrotto da un chiassoso gruppetto di francesi, tre ragazze e un ragazzo. Parlavano con i loro modi e le loro parole, i loro aujurdìaussichambassel’ecoleee suadenti. Quando si sedettero, incrociai gli occhi di una delle tre ragazze. Aveva un viso alla francese, così dolce e minuto,  e il naso alla francese, sembrava quasi poggiato lì nel mezzo; dalla borsa che teneva al suo fianco, tratteneva una copia di Le train di Simenon. Lei abbassò gli occhi sul mio libro, poi li riposò su di me. Io sorrisi, lei sorrise. Ci capimmo al volo.

Cosa ci dicemmo?

Aujurdìaussichambassel’ecoleee anch’io mon amour!