SULLA NOTTE

Perché ho iniziato a lavorare da Omar il paninaro? Semplice: non avevo un soldo bucato.

E  non che i miei non me ne passino di soldi, ma me li consegnano con il contagocce, per i miei bisogni: i libri all’università, l’abbonamento del treno, qualche pranzo fuori nei periodi vicino agli esami. Insomma, niente passatempi, niente divertimenti: niente sigarette, niente preservativi ultrasottili e anatomici,  e niente serate  a ordinare un altro bicchiere e un altro ancora. Che vita sarebbe?

Quindi una volta che passavo per di lì, mi è venuta quella strana idea per la mente. Consegne a domicilio di notte. Rappresentante monomandatario dell’unico e inimitabile Omar, il grembiule macchiato sui soliti tre punti, la barba tagliata alla Pollock con la forbice, i panini dall’unico sapore nonostante i differenti ingredienti. Quando gliel’ho proposto -era una di quelle notti estive che sanno di mare anche se il mare sta a chilometri di distanza- lui mi ha guardato prima storto, poi ha sorriso. Ha un sorriso particolare: pochi denti che però, nella loro conformazione a skyline di New York, fanno simpatia.

 “…E quanto dovrei pagarti?” mi ha chiesto.

“Quello che ritieni opportuno!”. Speravo tanto ovviamente, ma la risposta aveva evidenziato senza dubbi la mia ottusa ingenuità.

“Quante notti?” ha chiesto ancora. Eravamo vicino ai tavolini da esterni che allestisce nel parcheggio. Dietro a noi, il suo furgoncino grigio cromato, illuminato dai neon bianchi. Nel lungo banco frigo stazionavano in un ammasso disordinato birre, Coca Cole, Sprite e gingerino, pane, affettati e salse, fritti e chissà quanto ancora.

Ho risposto: “I weekend… e un giorno a settimana  deciso da te.”

Ha fatto un tiro di sigaretta lungo come un concerto sinfonico, ha ruttato forte quanto gli ottoni. Poi ha annuito. “Qua la mano!” e mi ha teso quella salsiccia umidiccia e grondante di grasso animale. Gliel’ho stretta: era andata. Avevo un lavoro, più o meno.

Quello che vi racconto adesso è un sabato notte di un paio di settimane fa, dove ero di turno. Un sabato notte qualsiasi, niente di che. Niente di particolarmente diverso dal solito, tranne per la parte finale. Ma non posso dirvela adesso, sennò che senso avrebbe sciorinarvi  tutta la pappardella che sta nel mezzo?

La prima consegna era per Mat. Aveva ordinato il solito panino con tutto ma senza melanzane, perché è allergico. In realtà nel panino con tutto non ci sono le melanzane –con tutto è un’iperbole- comunque lui ci tiene a sottolinearlo, più che altro per il fatto che se la lingua sfiora anche solo la buccia bluastra rischia uno shock anafilattico o qualcosa del genere. Insomma, è meglio evitare.

Quindi Omar mi ha lanciato il sacchetto di plastica con dentro il panino che ancora scottava, ho sgasato con il mio scooter – un cinquantino che ho dalla seconda media; un usato già usato e a sua volta usato- e sono partito. Le strade si distribuivano come vene e le macchine e i clacson, i passanti e i semafori  funzionanti avevano ancora il loro potere, garantivano la loro luccicante presenza. Sono sgusciato via, qualche zigzag, sono entrato nella circonvallazione, ho svoltato verso la rotonda di piazza Europa, dove una scultura di ferro e argilla accompagna il panorama di palazzoni dritti e squadrati. Ho superato il ponte e ho accostato poco dopo, davanti all’albergo Tre Calici.

Non è un nome così particolare; ok, è l’unico albergo con quel nome in città, certo, ma c’è anche il Quattro Calici, il Cinque Calici e il Sei Calici, e, se un tempo il nome corrispondeva alle stelle (il Sei Calici era di un lusso sfrenato), adesso, complice la crisi del settore, si attestano tutti sulle due stelle.

Ho superato la porta dai contorni dorati, la hall di un marrone caldo, con tappeti intrecciati e le lampade a muro impolverate. Ho suonato al bancone, un lungo pezzo di legno lucidato alla buona. “Chi è?” si è sentito dalla porta illuminata sul retro. “Panino, Mat!”. “OH!”, qualche secondo e dall’uscio è apparso Mattia, nella sua camicia inamidata, nella sua pelata educata, nel suo viso assonnato e vispo allo stesso tempo: le occhiaie sotto gli occhi ma gli occhi aperti e attivi come quelli di un lemure. 

“Ecco qua!” Lui si è teso e ha preso il suo prezioso pasto; in cambio mi ha sganciato una banconota e qualche moneta, e me le sono intascate.

“Come va?” ho chiesto poggiando i gomiti sul piano, e lui ha sbuffato.

“Cazzo, ho dei seri problemi con le donne.”

“A chi lo dici.”

“Devo sbagliare qualcosa nell’approccio.”

Ho annuito; ne so qualcosa, ma solo degli sbagli.

“Ti è mai capitato di non riuscire a capire se lei ci sta, non ci sta, scherza o magari è seria…”

“Sempre, Mat. Mi capita sempre.”

Ha abbassato mogio lo sguardo; le spalle in un moto come di sgonfiamento. Mi sono levato il casco, lo ho poggiato per  terra, sulle piastrelle dagli intagli che sanno di gloria andata.

“…ma questa tizia chi è?”

“Una collega…”, si è guardato attorno, “…Vieni che ti faccio vedere.”

Sono andato dietro il bancone, lui ha aperto Instagram dal computer e ha cominciato a farmi vedere foto e pubbliche abitudini.

“Non è bellissima?”

Ho annuito con un’ostentata convinzione; non mi era sembrata granché ma che senso avrebbe avuto dirlo? Solo al parlarne, Mattia è sembrato rinvigorirsi, dare vita a nuove speranze da esplorare. Mi ha detto che era arrivata da poco, un paio di mesi, contratto determinato, e che aveva ancora un mese di lavoro. Poi sarebbe stata lasciata a casa.

“Allora buttati!” ho commentato io.

“Dovrei?”

“Dovresti, sì!”

“E se poi le rovino l’ultimo mese?”

Ho alzato le spalle. “…Mica le stai tagliando lo stipendio.”

Lui è rimasto serio in un atto di pura riflessione. “…Forse hai ragione.”

“Sono certo di aver ragione, Mat. Anche perché sono le cose che mi dicono sempre gli altri. E se a me e te i fatti non danno ragione, questa ragione ce l’avrà pur qualcun altro, no?”

Abbiamo sorriso.

“Vado, che sennò Omar mi taglia la percentuale!”

Ho recuperato il casco, ho sventolato la mano mentre Mattia scartava l’involucro di carta stagnola. “Niente melanzane,  vero?”

“Vai tranquillo!” ho urlato uscendo. Chi lo sapeva se Omar s’era ricordato.

Tempo di tornare in sede, e avevo già un’altra consegna. Il solito panino con tutto tranne che con il pomodoro (Non serve che ve lo dica, no? Che il pomodoro non è tra gli ingredienti compresi nel panino con tutto? Beh, ve l’ho detto. Non si sa mai che chiamate convinti di qualcosa per colpa mia.) per La Capa. La Capa è una vecchia donna grinzosa, proprietaria di una barca a due piani, parcheggiata nel fiume, in cui si organizzano concertini e spettacoli di vario genere.

Omar mi ha lanciato il panino nel sacchetto, mi ha urlato “Per la Capa!”, e io ho dato un paio di colpi di polso, lo scooter usato ha vibrato, un piacevole odore di benzina si è alzato nell’aria e sono partito in un frastuono di bebebebebeeeeeeee.

Questa volta ho preso per lo stradone che porta al mare. Sfrecciavo (a 45 all’ora) affiancato da platani dalla gran chioma e da prostitute sicuramente meno vestite. Ho salutato con il braccio alzato Victoria e Tina, clienti affezionate di Omar a turno finito, quando l’alba suona la ritirata per i pervertiti e gli uomini soli. I lampioni alti e arcuati hanno preso il loro posto nel palcoscenico, la luce sulla strada si alternava all’ombra, le macchine mi superavano a sinistra, io tenevo il polso a manetta, e bebeebeeeeeeeeeee fino all’orizzonte accennato da lucciole immobili, bagliori di vita.

Ho svoltato dopo un cartellone pubblicitario di un nuovo centro commerciale, dopo un cipresso, dopo la volante della polizia di Dennis e Michele, due agenti poco avvezzi al loro mestiere; su una strada sterrata che ha una piccola insegna piantata per bene a terra con su scritto “Il Planetario”. La musica ha cominciato pian piano a sormontare il rumore del motorino, le luci hanno preso a delineare i confini del villaggio mobile, sul ponte uomini e donne a bere e fumare; all’interno, un uomo nero al pianoforte e una piccola folla di silenziosi avventori; festoni a bandierina appesi da una cima all’altra. Eccola la creatura della Capa: “Il Planetario”, appunto.

Ho parcheggiato affianco della piccola passerella, l’ho calpestata e mi sono ritrovato nella miriade di voci e sorrisi, di scommesse e avances azzardate. C’erano uomini e donne di ogni età e tipologia: vecchi e giovani, magri e grassi, ben vestiti  e sperimentatori di mode troppo avanguardistiche. C’era alcol, c’era il profumo di una sigaretta appena accesa e quello della sbronza appena spenta, c’era la musica. L’ho seguita e mi sono ritrovato nella sala, un bancone di legno a destra con Minny e La Capa, gli avventori sulla sinistra e sempre sulla sinistra, in fondo, Gambo che suonava un pezzo di Vince Giordano & The Nighthawks al pianoforte. Le note non imponevano il silenzio, lo abbracciavano e lo coccolavano talmente da farlo stare così bene in quella stanza che nessuno si azzardava nemmeno a sussurrare.  La Capa aveva tre collane di perle al collo, un vestito blu notte di paillettes, e i capelli che si confondevano con il fumo tanto erano cotonati. Ci siamo fatti un cenno e mi sono avvicinato. Ho lasciato il panino, lei i soldi. Ho fatto un cenno di saluto anche a Minny, la barista, una ragazza dalle spalle larghe e i capelli arpionati dalla luna. Mi sono seduto su uno degli sgabelli in legno; poco dopo, senza averla ordinata, mi è arrivata tra le mani una birra rossa: la mia mancia. L’ho sorseggiata mentre ascoltavo Gambo.

E’ un ragazzo di colore arrivato dalla Nigeria, che ha conosciuto La Capa in un centro di recupero. Almeno, così si vocifera. Dopo aver risolto tutti i suoi problemi e aperto il locale, La Capa lo ha assunto part-time per le sere del sabato e della domenica. Molti in città esaltano il suo ritmo nel sangue, ma una volta ci ho parlato con Gambo e mi ha detto che né il ritmo né il sangue centrano granché.

Parte tutto dalla questione della fuga. Quando sei costretto a fuggire da un posto all’altro, aveva cominciato Gambo, e quando, arrivato anche nell’ultimo posto rimasto, sei costretto ancora a fuggire, allora capisci che non troverai mai casa nel mondo. I più si arrendono, ma a qualcuno capita di trovare una soluzione alternativa. La musica, nel mio caso, nel caso di molti. Non è questione di ritmo, è questione di paura. E non è questione di sangue, è questione di casa.

Ho finito la birra, mi sono lasciato trasportare dal ricordo di quella conversazione e dalle note ancora per un po’. Poi, sempre in istintivo silenzio, con un cenno ho salutato La Capa, che era a metà del suo panino senza pomodoro. Sono ripassato tra la folla e ho superato la passerella, mi sono allacciato il casco e sono ripartito alzando un alone di polvere.

Al furgoncino di Omar si stava formando una coda di giovani famelici. Sono salito sul retro del banco, mentre Omar trafficava con la griglia e delle salse dai colori accesi. Mi ha indicato senza troppi giri di parole -precisamente senza alcuna parola- il sacchettino con tre panini. L’ho preso, sapevo già la destinazione, la mia preferita del sabato e del venerdì sera. L’ospedale. La cena di Tommy, Fede e Cinzia.

 Dovreste vedere che capelli ha Cinzia, e che occhi, e che naso, così ben delineato, e che seno, e che busto, e che bacino, sedere, gambe!…I piedi! Credo siano fantastici anche quelli, anche se non glieli ho mai visti. Sono partito e all’incrocio ho girato subito a destra, una corsia a tre strade, una rotonda. I palazzoni dalle finestre buie. I marciapiedi vuoti. Qualche sigaretta veniva accesa, qualche sensazione rivelata, qualche paura sussurrata, e il mio motorino di sottofondo non faceva che bebeeebeeeeeeeeeeeee.

L’ospedale è una struttura bassa e bianca, larga come una scatola di scarpe. Casco slacciato, mi sono affacciato alla porta sul retro, quella destinata ad infermieri, dottori e maestranze della notte. Mi ha visto Cinzia, mi stava aspettando (Forse aspettava i panini,  ma che male c’è a darsi un po’ di speranza?). Ha chiamato gli altri con la mano e da una porta del corridoio sono arrivati anche Tommy e Fede. Avevano tutti la divisa bianca con le maniche corte, ai piedi degli zoccoli, ma solo Cinzia la sapeva portare con indomita grazia. Ho consegnato i panini, loro mi hanno dato i contanti, ho salutato. Cinzia mi ha fatto un sorriso di quelli che ti ricordi. Mi ha detto, mentre mi riallacciavo il casco: “Ciao cavaliere della notte!”. Probabilmente ho farfugliato, probabilmente sono arrossito, ma sicuramente ho sorriso con sincerità.

Spero vivamente se ne sia accorta.

La coda da Omar si era diradata; non si sapeva se sarebbe tornata, se il lavoro fosse in fase di discesa o di ascesa. “Chissà” diceva sempre Omar, “…vallo a capire come girano le cose questa notte!”. Mi sono seduto al tavolo solito, quello dov’erano già seduti da un po’ Gianni, Tino e Anthony.

Gianni è un vecchio puzzone, come ama definirsi; da quando gli è morta la moglie qualche anno fa, si gode la pensione stando alzato fino a tardi il sabato notte e andando a letto presto il resto della settimana. Abita in un piccolo appartamento nel complesso che impera davanti al furgoncino di Omar. Indossava sempre lo stesso maglione color verde oliva -per questo dice di essere puzzone- anche se non aveva un odore così malvagio; sapeva di legno umido, qualcosa di pungente ma non certo sgradevole.

Tino è un camionista, il viso lungo e il ciuffo nero sempre unto di gel; gira tutta l’Europa durante la settimana e il sabato notte si svaga con birre e patate fritte. Non una dieta equilibrata, ma lui dice sempre che ha bisogno di grassi e zuccheri complessi per resistere ai colpi ben assestati dalla solitudine della strada. E’ vicino di Gianni, l’appartamento nello stesso pianerottolo.

 Infine, Anthony. Anthony è un uomo sempre ben vestito, in smoking e tutto, che per un periodo è stato in mezzo alla televisione. Una sorta di valletto. Si nota la bellezza passata, dai capelli ondulati e il mento importante. Gli occhi azzurri accesi, ma di una luce triste, come un’alba nuvolosa. La parabola è stata un fulmine, il grafico di un singolo battito cardiaco. Un’impennata e una discesa a cento all’ora. Da anni si dedica al figlio il mercoledì e il venerdì (ha divorziato da un’attrice dopo pochi anni di disastroso matrimonio). Lavora come rappresentante di shampoo e prodotti di bellezza per uomo. Il sabato sera -non importa se passa tutta la notte da Omar o in qualche locale patinato- lui si veste in maniera impeccabile; è il suo modo di essere, l’abito del monaco.

Stavano giocando a carte, a briscola per la precisione, e mi sono unito. Abbiamo fatto le squadre e, appena date le carte, vista la calma piatta, si è unito anche Omar. Quindi abbiamo rifatto le squadre con la chiamata. Briscola a cinque. Non la conoscevo bene, ma che importava? Tanto ero in squadra con Gianni, e quel vecchio puzzone mi avrebbe riempito di parole anche fossi stato un campione.

Ha squillato il telefono che eravamo nel bel mezzo della partita. Omar ha sospirato, mi ha guardato. “Vado io, vado io…” ho fatto. Ho risposto al cordless, messo in un cassetto vicino al banco-frigo.

“Pronto, Omar?”

“Prego, mi dica.”

“Oh sei tu?”

“Chi è?”

“Sono Mat!”

“Ciao Mat! Cos’è? Ti abbiamo messo le melanzane?”

“No, ho un ordine per un cliente.”

“Vai!”. Ho preso carta e penna.

“Com’è il panino con tutto?”

“E’ con tante cose tranne quello che non vuoi!”

Qualche bestemmia si è alzata nell’aria come una bomba atomica, a cui è seguita un’altra bomba atomica e poi un’altra ancora.

“Allora fammi un panino con tutto tranne salse e insalata. Possibilmente salsiccia e non hamburger.”

“Vediamo cosa dice Omar.”

“E’ un tizio importante. Cercate di far bene, che vi ho consigliato io.”

“Non preoccuparti Mat! Sei in buone mani!”.

L’ho salutato, ho chiamato Omar sventolando il foglietto con l’ordine. Lui è tornato in postazione. Mi ha chiesto: “Uno?”. “Uno.” “Con tutto?” Ho annuito. “…senza salse e insalata.” Lui ha annuito, ha cominciato a tagliare il pane, ha alzato il livello della griglia. “Meglio salsiccia che hamburger…” ho concluso. Omar mi ha guardato, siamo rimasti a fissarci per qualche secondo, finché lui non ha sorriso. “Allora hamburger!”, e ha pescato un tondo di carne macinato.

Dopo qualche sfrigolio, il profumo di olio e carne cotta, il panino è stato avvolto nella carta stagnola, inserito nella sporta. L’ho infilato nel portaoggetti e sono ripartito. Ho rifatto la stessa strada del primo viaggio; ora i semafori lampeggiavano al centro, d’arancione, come avessero alzato bandiera bianca; le macchine, rare e lente, si muovevano come gli uomini si muovono soli e impauriti in una landa desolata. I cassonetti colmi, gran lavoro per gli spazzini l’indomani. Il cielo aveva un bagliore in fondo, verso la sua fine. L’alba faceva le prove prima del grande spettacolo. Ho superato il ponte, solo l’acqua scorreva in uno sciabordio calmo. Sono entrato. Mat stava parlando con un tizio in camicia bianca ben abbottonata e giacca, gli occhiali sopra le occhiaie, i capelli sistemati; un viso disteso, non di uno che aveva bevuto o che aveva fatto chissà che nottata.

“Eccolo!” disse Mat.

Ho dato il panino al tizio. “La ringrazio molto…” ha detto lui, in un tono molto pacato ed elegante. “Scusi, ma quando mi tocca lavorare fino a così tardi mi viene una fame…”. Mi ha sganciato venti euro, che erano più del doppio del prezzo del panino con consegna. Mi ha invitato a tenere il resto, ha detto che li meritavo con la faticaccia che mi tocca. Ed è qui che, come vi ho accennato prima, il tizio mi ha detto una cosa davvero strana. Insolita. Che mi ha sorpreso e un po’ mi fa tuttora ragionare su quelle che sono le apparenze, e non parlo di apparenze del tipo “si veste così quindi la pensa così” o “la pensa così e quindi vota così”; parlo di qualcosa che si trova più in fondo. Parlo forse di credenze, ecco. Lui mi ha fatto: “…dev’essere così noiosa la notte. Così piatta e vuota.”

Noiosa? Piatta e vuota? Proprio no, porca puttana. Tutto ma non noiosa, piatta e vuota, bello.