SULLA VIGILIA DI NATALE

C’era un tempo, non troppo lontano, in cui stretti stretti, riempiti di baci e di abbracci, un gruppo di amici si trovava a celebrare la Vigilia di Natale. Non era un pranzo o una cena, non era neanche un pasto. Difficile dire fosse un giorno. Era un momento sperato, la cui speranza veniva puntualmente soddisfatta. Un modo semplice e sicuro di poter dire: anche quest’anno, ce l’abbiamo fatta.

A differenza delle altre occasioni di ritrovo, costellate di dubbi e imprevisti, l’evento aveva la fortuna di garantire alcune solide e inequivocabili certezze. Il luogo era una vecchia tavernetta messa a disposizione dai genitori di una delle eterni presenti, la natalizia Rosanna Pennello. Lo spazio della tavernetta era angusto anche da vuoto; la tavola lunga stava a pochi passi dalla cucina, oltre si apriva (ma aprire è forse esagerato) un salottino da intimità masturbatoria, con televisore a tubo catodico e stereo ancora attivi. Rosanna lo addobbava a puntino: metteva un albero di quelli già confezionati in un angolo, una tovaglia rossa, e appendeva un calendario dell’avvento alla parete più in vista. Svolto l’arduo compito, comunicava estasiata: Io preferirei evitare di cucinare. Metto casa e addobbi…! Aggiungeva subito dopo, per non sembrare scorretta: E viva il Natale!

Il primo veniva preparato dalle mani sapienti di Tony Capuccio. Diceva che ci metteva una giornata intera ad assemblare e sfornare la pietanza, e ogni anno sottolineava che era l’ultimo in cui s’immolava in quell’impresa tanto onorevole quanto onerosa. Da tradizione, anno dopo anno, continuò a proporsi e continuò a minacciare il ritiro.

Riccardo Montano preparava il secondo seguendo scrupolosamente la ricetta rodata della madre. Se gli si chiedeva “Mi puoi passare la ricetta?”, lui sorrideva e rispondeva che non era di certo un segreto. Prendeva un foglietto, ci metteva un attimo, un sghiribizzo con la penna, e lo passava all’interessato, con su scritto: “Chiedi a mia madre.”

Per il resto, ognuno aveva diritto d’improvvisazione. Ognuno cercava di dare il meglio di sé ai fornelli, solitamente la mattina stessa o il giorno prima. Il mese di Dicembre, così carico d’attesa, lasciava poco spazio per rifiatare.

Rino Felice arrivava direttamente con le materie prime, come patate e carote, ancora intatte e da sbucciare, che finivano puntualmente per fare compagnia all’arredamento minimale di tavernetta Pennello.

Le danze aprivano verso le undici, quando la luce cominciava ad essere bianca come la neve. Rosanna accoglieva gli ospiti, riempiva loro i bicchieri di plastica con del vino a buon mercato; le sigarette, proprie o a prestito, venivano sguainate. Il gruppo chiacchierava e fumava, diviso tra la lunga panca addossata al muro e le sedie distribuite come fiori sul disegno di un bambino. Man mano che i presenti aumentavano, aumentavano le portate di antipasti. Tramezzini, pizzette, panini, e remix azzardati di ognuna delle categorie citate. Un banchetto reale senza re o regine; con soli saltimbanchi e cortigiane. La playlist natalizia, che avrebbe girato in loop fino a sera, riempiva i minuscoli vuoti d’aria sfuggiti al fumo e agli odori fragranti di affettati e pasta cotta.

Si risvegliavano a stomaco straripante e polmoni a marmitta ingolfata verso le sei di pomeriggio. Le ore erano passate senza un perché. Senza alcuna cognizione. Alcuni si chiedevano cos’era quella stramberia temporale. Com’era possibile; se i din din del Natale avessero davvero qualche potere trascendentale.

Tony Capuccio se ne andava mesto poco dopo; aveva una cena in famiglia. Ogni anno prometteva che sarebbe stata la sua ultima partecipazione a quel ritrovo in mezzo al Ritrovo.

I restanti si stringevano nel salottino, proponevano di vedere un film o di tirare fuori qualche gioco da tavolo. Ma nessuno parlava seriamente; era così, un modo per tirare avanti la conversazione. Intanto le sigarette venivano aspirate, i bicchieri svuotati e i pandori azzannati.

Verso mezzanotte, con una circonferenza vita raddoppiata dalla mattina, i primi reduci cominciavano a tornare alle proprie dimore. Salutavano con gli occhi felici e un rutto di gaio defaticamento. I baluardi resistevano, non mollavano fino a notte fonda. Fino a che qualcuno, spiando il tavolo ridotto a un porcile, non chiedeva: “E’ avanzato qualcosa?”.

E allora continuavano a mangiare, bere e fumare.

 A chiacchierare, nell’atmosfera calda del Natale.