
“Aaaaaaaahhhhh mettila giù”
“Mettila giù tu, cazzo! Mettila giù!”
“No, tu!”
“Tu!”
“Parla piano, porca puttana!”
“Non ti muovere, stai fermo!”
Nella penombra di un disimpegno, dove si potevano scorgere un vaso nero orientale pennellato d’arancione e un mobile in mogano minimalista, un uomo nero e un uomo bianco si puntavano vicendevolmente una pistola alla fronte. L’uomo bianco aveva una pistola da caccia grigio scuro, brillante in canna, completamente scarica; l’uomo nero aveva una pistola giocattolo rubata al figlio, anch’essa completamente scarica. “E tu chi saresti? La casa doveva essere vuota!”. L’uomo bianco si era messo a sussurrare, una goccia di sudore gli colava dai capelli lunghi disordinati e seguiva le guance paffute, per poi scomparire sotto il mento. “Era quello che avevano assicurato anche a me.”. L’uomo nero, labbra spesse, spalle larghe, ma basso di statura, aggrottò la fronte. Stessa cosa fece l’uomo bianco. Ci fu un silenzio che suonava impegnato, di menti che rimuginano.
“Sei il domestico?”
“No, quale domestico. Ah, perché…dai andiamo, amico…”
“No, no, no, io non volevo…”
“Vedi un nero e pensi: ecco il maggiordomo.”
Le pistole erano ancora puntate sulle rispettive fronti.
“Sei un ladro?”
“Un’altra deduzione innocente?”
“Sarebbe una deduzione sensata: tutto qui, cazzo. Non sei il padrone di casa, non ci lavori dentro, ma ci sei dentro. Cosa potresti essere?”
“Un ospite, il figlio adottato, l’amante della moglie.” L’uomo nero cominciò a fare cerchi immaginari con in mano la pistola, gesticolava pensando ad altre possibili situazioni che non lo vedessero o servo o colpevole.
“E cosa ci farebbe un ospite con una pistola in mano?”. L’uomo bianco abbassò l’arma, e allargò le braccia.
“E tu chi saresti?” incalzò il nero. L’uomo bianco si mise a pensare alla risposta più adeguata da dare. “Un…un…un…sono venuto a ritirare un piccolo prestito.” L’uomo nero sorrise, sapeva che non era il padrone, dato che il padrone era il famoso industriale Mauro Piccadini, il re dei panettoni e dei pandori confezionati, quindi trasse le sue conclusioni: “Sei venuto a rubare pure tu!”, e mentre rideva quasi sobbalzando: “Il bianco che ruba in casa del bianco.” “Fai piano, che ci sentono i vicini, abbassa il tono della voce.”
Il nero non badava alle esortazioni finché il bianco non alzò anch’esso il tono, e allora rispose: “Ehi, non darmi ordini.”.
“Vuoi portare a casa qualcosa o no?”
L’uomo nero guardò l’uomo bianco, trasse un profondo respiro, e fece un cenno d’assenso.
“Tu controlla il soggiorno, io le camere, e quello che troviamo, lo dividiamo.”
“E chi me lo dice che mi mostri tutto quello che hai trovato?”
L’uomo bianco si cinse i fianchi, poi si grattò il mento, e concluse: “Facciamo il giro insieme, ma veloci, e soprattutto: piano.” Girarono per le stanze; era una bella casa, con tende di seta, divani spaziosi e letti accoglienti, tappeti ben intrecciati e quadri appesi alle pareti. Gli unici oggetti di valore che potevano interessare loro erano i gioielli della moglie del Piccadini, nascosti in un piccolo scrigno argentato sul comodino della camera, dove si trovavano anche due biglietti usati del cinema e cinque euro in monete.
“Cosa facciamo?” chiese l’uomo bianco.
“Tu cosa dici?”.
“Pensavo fosse più facile porca puttana.”. La fronte dell’uomo bianco grondava come una cascata in piena.
“E’ facile. Prendiamo, mettiamo in tasca e usciamo.”.
“Prendile tu.”.
“E no, eh. Siamo insieme.”
“Non è così facile per te? Prendiamo, mettiamo e il resto.”
“Se fossi solo, sì, una passeggiata, ma mi hai visto. Puoi parlare. Puoi dire che è stato un negretto alto tanto così, spalle larghe, labbra spesse.”
“Non hai paura? E se ci beccano?”
L’uomo nero tirò su le spalle, come per dire che conosceva la sensazione ma che aveva imparato a conviverci. L’uomo bianco si asciugò con il palmo della mano il viso, che era il lago dove la cascata versava.
“Vuoi che ci sediamo?” chiese l’uomo nero. L’uomo bianco, pallido e con gli occhi fissi sul dilemma che lo attanagliava, fece sì con la testa. L’uomo nero si guardò attorno e non vide alcuna sedia, per cui invitò a seguire il collega improvvisato in cucina. Seduti, mentre dalla portafinestra la luce della notte illuminava l’isola, moderna, bianca e liscia come un’astronave, si misero a discutere l’uno di fronte all’altro sul da farsi.
L’uomo nero: “Devo fare il regalo a mia figlio. Non ho scelte io.” “Neanch’io. Che ti credi?” contrabatté l’uomo bianco. “Non ho un soldo.” insistette il nero. “E’ sbagliato. E’ riprovevole, e per niente dignitoso.” “Potevi pensarci prima di entrare.” “Ci ho pensato.” “Ma la cosa non sembra averti fermato.” “No. Ho disattivato pure l’allarme, se è per quello.” “C’era l’allarme?” L’uomo bianco fissò l’uomo nero con sorpresa, le sopracciglia alte, la fronte corrugata. “Non mi avevano detto che c’era un allarme!” “E non ti era venuto in mente…” “In Africa non è che ogni persona con il giardino ha un allarme. Anche perché abbiamo tanto di quel giardino, noi, talmente tanto che facciamo fatica a beccare la casa.”
Risero, senza emettere troppi versi. “Come lo hai disattivato?” “Lavoro per la ditta che li fa.” “Quindi lavori?” “Sì.” “E perché…perché sei qui?” “Perché non basta, non prendo abbastanza.” “Quanto prendi?” “Sui mille.” L’uomo nero tirò fuori la pistola giocattolo e gli puntò la canna giocattolo contro. “Tira fuori il portafoglio.”. L’uomo bianco s’immobilizzò, neanche i polmoni immagazzinavano aria. Dopo qualche secondo, il nero scoppiò in una risata. “Scherzo, amico, scherzo.” e rimise via il ferro (la plastica). “Fai piano” disse il bianco, che abbozzò un sorriso, più di serenità che divertito. “E tu perché sei qui?” domandò il bianco al nero. “Io non lavoro.” “Da quanto sei in Italia?” “Due anni.” “Parli bene l’italiano.” “Grazie. L’ho studiato da che ero un bambino.”. Calò il silenzio attenuato solo da un rumore lontano, una macchina che solcava una strada. “Ti va un goccetto?” “Un goccetto?” “Sì.” Ti sembra il momento?” “Sono nervoso.” “Fai come ti pare.” “ E tu non bevi?” “No.” “Andiamo.” “No.” “Sei musulmano?” “La smetti con queste conclusioni?” “Allora?” “Ok, vada per il goccetto” rispose il nero, spazientito. “Avranno qualcosa in frigo questi. Certa gente ha sempre qualcosa per gli ospiti.” “Siamo intrusi, non ospiti.” “Beh, dipende da come ti comporti.” Il nero mosse la testa di scatto, dubbioso: “Eh?”. Il bianco si spiegò, dopo aver preso dal frigorifero taglia xxl una bottiglia di vino pregiato, e mentre rovistava nella credenza, tra il piano dei bicchieri in vetro. “Vedi, noi stiamo per bere del vino, nessuno ce lo ha offerto, nessuno ci ha dato il permesso di prenderlo, e questo è un problema. Una colpa, un peccato. Giusto? Ma se noi ci comportassimo come se quel vino fosse nostro, se ci comportassimo come se non avesse importanza se l’abbiamo comprato o meno, se facessimo intendere che ce lo meritiamo e basta, beh, a quel punto, la gente smetterebbe di puntare il dito contro, si dimenticherebbe perfino che ce lo siamo presi senza permesso, e comincerebbe pure ad offrircene, tanta è la nostra dimestichezza con quel vino…” “Non assomiglia ad imbrogliare?” disse il nero, mentre il bianco rovistava tra i bicchieri. “…Che cerchi?” “Non lo definirei imbrogliare, piuttosto una sana capacità di cavarsela in ogni situazione. Vedi, per esempio. Questo è uno champagne, costicchia pure, e non puoi berlo su un calice normale, devi versarlo su un flute, eccoli qua…” e si girò con due bicchieri trasparenti, stretti e lunghi. “Ora possiamo stappare.”
Brindarono e parlarono ancora per qualche minuto; bevvero tre quarti di bottiglia. “Allora che facciamo con i gioielli?” chiese il nero, “Tu che vuoi fare?” “Ah, sei tu l’uomo bianco, tu decidi.” Il bianco sorrise e sospirò, buttandosi indietro sulla sedia; “Sei un bravo ragazzo.” disse. “E tu sembri un brav’uomo.” “Lo sono”. Ci fu una pausa. “Siamo brava gente, in fondo.” concluse il bianco, prima di ingollare un altro sorso dal calice. Decise di finire la bottiglia, intanto.
Una settimana e mezza dopo, Mauro Piccadini tornò dalle vacanze in montagna con la famiglia. Trovò, vicino al cancello in ferro, un pacchetto regalo affusolato e rigido, in cartoncino color rubino. Una volta parcheggiata la macchina sotto la tettoia, tornò verso l’ingresso per raccogliere quello che pensava essere l’ennesimo dono di un fornitore o di un cliente. La moglie e le due figlie irruppero in casa con la fretta tipica di chi ha voglia di rincasare e ritrovare l’intimità del proprio nido. L’uomo lesse il bigliettino che era appiccicato alla confezione: “Buon Natale. Senza offesa, dalla brava gente.”. Indirizzandosi verso il portoncino di casa, strappò l’incarto e scoprì una bottiglia di vino, uno spumante da qualche euro, massimo cinque. Stranito, si grattò la testa rasata, ma un urlo acuto interruppe i suoi dubbi. Sua moglie. Superò l’uscio di casa e la chiamò, udì un altro urlo proveniente dalla camera, nella quale irruppe d’istinto. “Che succede?” chiese in un ansimo. La moglie teneva in mano il portagioielli, poggiato solitamente sul comodino, dove stazionavano due biglietti del cinema usati.
“I gioielli!”.
