
Eleonora gli confessò la metafora che aveva elaborato in precedenza. “Mi sento come se fossi un tappeto elastico. Sempre teso, su cui la gente non fa altro che divertirsi saltandoci sopra”. Dario rise e sbuffò fuori un po’ di fumo di sigaretta. Diede un sorso alla birra e, prima di aprire alla discussione con quella che considerava la sua migliore amica, si schiarì la gola due volte. “Te lo hanno mai chiesto chiaramente?”. Eleonora spezzettava il tovagliolino di carta in piccoli cerchi. “Mi hanno chiesto cosa?”. “Di fare da tappeto”. “Ma lo faccio volentieri”. “Lo chiami volentieri?”. Dario spense la sigaretta sul posacenere e accavallò le gambe. “Non è che…Intendo che a volte vorrei saltare anche io”. Dario si ricordò di quando, anni prima, questa confessione gli provocava un pizzicore al petto e la sua mente urlava: salta su di me! Ora l’espressione timida di Eleonora – un viso stretto e degli occhi buoni – gli causava solo un moto d’innocente affetto.
Mosse il busto in avanti, mostrò i palmi della mano sul tavolo come ad indicare una pace d’intenti. “Sarò sincero, se posso”. Ora Eleonora univa i cerchietti di carta a formare un triangolo; diede solo una veloce occhiata a Dario. “Dovresti cominciare a dire qualche no al lavoro e qualche sì nella vita privata. Non è possibile che tutti – ogni uomo con cui esci – abbia un problema enorme per il quale poi salta tutto dopo un mese. Ogni. Santo. Uomo”. Eleonora si mosse dalla sedia come scandalizzata, si passò entrambe le mani sui capelli. “Guarda che Michele voleva davvero fare quella cosa con il mio culo”. “E tu lascialo fare! Ti disturba tanto?”. “Se permetti, è il mio culo”. “Va bene, va bene. Facciamo finta che il tuo culo sia una reliquia sacra”. “Lo è” ironizzò Eleonora. “Mattia che problemi aveva?” “Era un po’ molliccio”. “E da buon molliccio ti avrebbe lasciato stare il culo, no?”. “Non posso mica costringermi a starci”. “Sto dicendo che trovi sempre qualcosa che non va”. Eleonora nascose un lamento in un lungo respiro. “…Mentre al lavoro sei sempre disponibile per tutti. Capo, responsabile, colleghe. Guarda che non ti aiuta a fare carriera”.
Eleonora avrebbe voluto accusare Dario di un’eccessiva saccenteria, ma l’evidenza dei fatti sembrava darle contro: l’amico aveva un ruolo di spicco in una multinazionale ed era già alla ricerca con la moglie del loro primo figlio. Si sentiva obbligata ad ascoltare.
“Devi capire quando ti conviene dire di sì. E quando è necessario, ovviamente. Ma mai sempre, come fai tu”. “Tu che ne sai?”. “Ci scommetto”. Questa volta Eleonora nascose la leggera seccatura in un respiro ululato. “Ti do un compito per casa”. Alzandosi dal tavolino del bar, nel silenzio del percorso pedonale di un mercoledì sera primaverile, e lasciando i vari pezzettini di carta a formare una X, Eleonora mormorò controvoglia un “Sentiamo”. “Pensa alle solite richieste, quelle di tutti i giorni. Minuscole, magari: robetta. E immagina di cominciare a dire NO”. Entrarono insieme per pagare il conto.
Quella sera Dario e sua moglie avevano in programma del sesso di carattere riproduttivo: l’ovulazione dettava le tempistiche. Il pensiero gli venne palpandole il sedere, che, se ad un occhio insensibilmente oggettivo poteva risultare imperfetto, a quello di Dario ricordava le prime volte cariche di eccitazione. “Ti va se…”. La proposta di Michele non era poi tanto folle, no? La moglie fissò Dario con una diffidenza quasi solenne. “Ma ti pare il momento?” chiese con tutta la calma possibile. “Beh…non stiamo mica mangiando”. “Stiamo cercando di procreare”. Dario non l’aveva mai pensata in termini aulici, appiccicava a certe attività ancora l’etichetta del divertimento. “Non hai più diciotto anni” lo ammonì la moglie sotto di lui.
Eleonora non prese troppo sul serio il compito assegnatole, ma i pensieri prima di addormentarsi caddero per forza sull’indomani lavorativo, su quali aspetti stressanti poteva porre un veto senza sentirsi in colpa. Michela e Lucia erano praticamente le sue migliori amiche, quindi era fuori discussione non andare loro incontro. Anche perché erano sempre pronte a supportarla (più o meno, pensò con uno slancio di severa sincerità, perché da quando Lucia aveva avuto la figlia non faceva altro che chiedere minuti di sostituzione). Forse avrebbe fatto volentieri uno sgarbo a Clizia, ma era la moglie del responsabile e non provava alcuna vergogna a far valere il peso della posizione. C’era qualche compito ingrato che avrebbe avuto il coraggio di rimbalzare? Recuperare gli ospiti, forse. Le pareva toccasse sempre a lei scendere al piano terra se questi non si raccapezzavano con le indicazioni delle mail. Faceva anche le fotocopie, sì, ma perché non sopportava l’idea di trattare le stagiste come schiavette. Si proponeva senza ordini calati dall’alto. Erano passate ormai due ore e mezza da quando si era distesa a letto e non aveva ancora preso sonno. Avrebbe risposto male all’ufficio acquisti, dove Teresa e Rocco sembravano sempre sul piede di guerra. Il tono severo, le domande tendenti all’investigazione: davvero dovete spendere così tanto?
Erano ormai le tre quando decise di prendersela comoda e arrivare in ritardo. Ecco il suo modo di dire NO, di trasgredire alle regole; di rispondere alla provocazione di Dario. Poteva capitare a chiunque di non accorgersi della sveglia. Avrebbe fatto uno sgarbo senza colpire nessuno in particolare. Si girò soddisfatta e si tirò su le coperte.
Quindi non chiuse occhio fino alla mattina. Il pensiero di arrivare consapevolmente in ritardo la faceva tremare di sensi di colpa. Si alzò prima del solito e alla fine arrivò in ufficio in anticipo di venti minuti. Nonostante il nervoso dettato dall’insonnia, raschiò il fondo di pazienza e distribuì sorrisi a destra e a manca. A Lucia e a Michela, a Clizia e alla stagista Mara. Quando le apparve il numero dell’ufficio acquisti, mimetizzò un respiro profondo e alzò cornetta. “Ciao Teresa”, rispose cordiale, “…Come va oggi?”.
