UN CATACLISMA

Stavo seduto al bar, il tavolo affiancato alla vetrata che lasciava ammirare la strada. Le macchine frenavano per l’incrocio a pochi metri da lì, mentre le biciclette, su cui qualche speranzosa adolescente era alla ricerca di una nuova avventura, sfrecciavano incuranti sul rialzo del marciapiede, dove una quercia squarciava il cemento e un paio di case dal tono nobiliare di una villetta si appoggiavano appena oltre lo spazio stretto di un canale. Cercavo di lasciarmi trasportare da tutto questo, e di distrarmi tra i rumori di cucchiaini sulla porcellana e le parole e le risate modeste della mattina. Di dimenticare i pensieri intricati dell’ultima settimana la cui stessa forma di pensieri era risultata abbastanza inutile, dato che la questione, la decisione di Anna di lasciarmi, riguardava i sentimenti, e la soluzione, in questi casi, mica la potevo trovare pensando.

La vidi arrivare dalla strada perpendicolare che si intrometteva poco dopo la quercia. Il cielo dietro di lei si stagliava grigio e -se avessi dovuto giudicarlo come stato d’animo di una persona- dalla luna decisamente storta. Le sorrisi, lei mi intravide appena: probabilmente il riflesso della luce trasformava il vetro in uno specchio. Rispose al sorriso ma fu breve, un accenno di cortesia, gli occhi rimasero fermi, il viso una cera di serietà e durezza. Mi morsi il labbro interno, cercai di ricordare perché avevo indetto quello stupido appuntamento. Sì, giusto. Certo. Per capire il perché. I motivi della sua decisione: quello che mi aveva già detto non bastava.

“Non ti amo più, è molto semplice”. Eravamo al parco quando queste parole risuonarono come un attacco missilistico alla mia serenità, alle mie aspettative, alla mia vita progettata su un costante equilibrio tra il piacere del presente e la garanzia di un futuro. Sedevamo su una panchina che guardava sul laghetto dove da piccolo osservavo i lucci sgusciare tra le alghe. Rimasi in silenzio a guardarla. Molto semplice.

Era chiaro che stesse affettando un portamento militaresco. La testa e il busto, le cui forme aggraziate del seno avevano in quel momento su di me un’attrattiva da scoperta perduta, da Anello del Potere stretto tra le mani e poi gettato per sempre nei fulgori di lava del Monte Fato, resistevano come torri ma, sondando meglio le ombre delle pupille, gli scatti accennati delle labbra, la fissità per niente naturale del corpo, si manifestava il microcosmo interiore: il subbuglio di emozioni, dubbi e pensieri talmente intricato da confondere la stessa natura degli uni dagli altri. “Se è così, io…non capisco. Non me lo aspettavo”.

Era vero? La mia mente, scossa e stimolata ad un veloce ripasso, scavava nella memoria segnali evidenti, nuovi fatti a supportare o la mia ingenuità o la sua meticolosità. “Me ne sono accorta da un po’. Qualche mese”. “Qualche mese?”. Il tono della voce mi si fece ferito, le fauci pronte a difendere l’orgoglio. Con ogni probabilità gli occhi mi si tinsero di rabbia, mi si strinsero d’impazienza. Arrivò un colpo di aria fredda a muovere un alloro appena dietro di noi. L’acqua del laghetto si increspò e il cielo acquistò in pochi secondi una tonalità più grave di azzurro. “…Potevi dirmelo. Che avevi dei dubbi”. La rabbia si sciolse in un respiro; guardai senza ottimismo, colpito da una profonda delusione, il profilo del parco. “Volevo parlartene ma…”. Anna portò una gamba sopra la panchina, agganciò la mano destra alla caviglia; si guardava i lacci, poi alzava gli occhi e scrutava anche lei, forse con qualche moto di speranza in più, la linea verde scura all’orizzonte. “…Dovevo capire delle cose”. E non potevamo capirle insieme?Non glielo domandai perché avevo paura che la risposta riguardasse la sua nuova e approvata solitudine. Quindi cosa mi restava da dire?

Mi raggiunse al tavolo mantenendo la stessa espressione ferma, a sfiorare quasi il seccato per essere lì, a dover ripetere dei concetti talmente semplici da risultare privi di spiegazione; da diventare, per questo, complicati da esporre. Rispose al mio sorriso accennato solo per cortesia, lo sapevo: forse per non esagerare e lasciarmi uno spiraglio di dignità in quella richiesta di secondo incontro.

“Come stai?” mi chiese. Non si tolse il giubbotto di pelle, dando così l’impressione di essere di fretta, diretta in posti dove la mia assenza aveva le stesse sembianze dell’ossigeno. “Bene, direi.” Tenevo il busto in avanti, come se la volessi abbracciare o toccare senza usare le braccia. Lei guardò il tavolo, il dito scivolò su una crepa del legno, si massaggiò la fronte e riprese il contatto visivo. “Ok…Non sto bene”. Rimanemmo in silenzio, entrambi in apprensione per il dolore dell’altro scaturito dai sentimenti reciproci.

Il cameriere, un ragazzo moro nostro coetaneo, segnò le ordinazioni, i due caffè, il suo macchiato, e sorrise in uno scatto d’abitudine. Il bar aveva le pareti basse e giocava con gli anfratti creando dei simpatici separé che non dividevano troppo, ma neanche lasciavano in piena vista i tavoli dei clienti. Una specie di intimità smorzata dove si potevano ammirare volti di una discussione abituale, le voci dei racconti di avvenimenti altrui. Dalla vetrina continuavano a incedere macchine, biciclette, la solita andatura. Io e lei, invece, avevamo cambiato le regole, e non conoscevamo più le misure con cui prenderci. Era difficile, strano: era la fine.

“Perché mi hai chiesto di venire?”. Zuccherò il macchiato, io lasciai amaro il mio. Bevvi solo un piccolo sorso, un altro ancora: speravo forse di allungare l’agonia. Di vivere, per quanto mi era necessario guarire, in quel bar, a parlare giorno e notte della vita che avremmo potuto avere insieme e che invece lei, senza ritegno né razionalità, aveva deciso di lasciare al mondo dei miei sogni ad occhi aperti. “Voglio capire perché”. “Non c’è nessun perché, te l’ho detto”. Le sopracciglia le si strinsero, probabilmente anche le mie. Ci fissammo; l’astio si mescolò alla confidenza, il rancore all’affetto.  “Non è una cosa che nasce e muore così”. Alzò un solo sopracciglio. “Ah no?”.

Me lo aveva raccontato cento volte, forse anche di più, nei vari momenti buoni della nostra storia. Si era innamorata di me -lo concepì come sentimento- durante un’uscita a quattro con una coppia, io amico di lui, Vittorio, e le ragazze sconosciute tra loro ma alleate nel giro di pochi minuti. La ragazza del mio amico -se non sbaglio Eleonora, una bionda minuta ma spigliata e leggiadra nei movimenti, che si frequentò con Vittorio per non più di un mese- propose di andare in un locale vicino alle vecchie mura medioevali. Era un locale nuovo, pieno di arredamento e persone di tendenza, in cui si sarebbe fatto fatica a distinguere -proprio perché di tendenza- le persone dall’arredamento. Borbottai qualcosa, facendo capire fin da subito il mio profondo astio per la proposta. Anna allora levò un attacco di simpatiche accuse nei miei confronti e mi disse che o proponevo qualcosa di diverso oppure me ne potevo stare bello che zitto. Non mi rimase che farfugliare in soldoni un va bene va bene ma sottolineai che non avrei mai preso niente da bere. Una ribellione: smorzata per rimanere comunque di compagnia.

Quando arrivammo al locale sarei scappato a gambe levate nella direzione opposta, e Anna lo intuì, infatti non smetteva di sorridere, il verde smeraldo delle pupille le brillava di divertimento. La gente in attesa di ordinare sfiorava la porta d’entrata e mi accodai senza un fiato; anzi, cominciando a scherzare con Anna sul fatto che stavo facendo la fila senza neanche sapere bene il perché. Preso da un sentimento di rilassata accettazione e poi di colpa, ordinai un amaro e pagai per tutti e, appena sgusciati dalla folla interna, proposi un brindisi alla nostra magnifica serata nel piccolo piazzale contornato da lampioni bianchi e panchine dalla superficie granulosa di cemento. Furono questi ultimi gesti a metterle in testa la riflessione su di me all’interno di sé. “Non me lo sarei mai aspettata che ti…che ti adeguassi così bene” mi aveva ripetuto chissà quante volte.

“Sono sicura che ti passerà”. Il giubbotto in pelle ce lo aveva ancora addosso e le tazzine erano vuote, incrostate dei rimasugli di latte e caffè. Gli occhi mi caddero sulla mano ma guardavano più lontano, su un film inesistente dove lei sarebbe tornata da me dopo un mese o due di inferno, dove la mia assenza le avrebbe fatto mancare il respiro lentamente, ogni giorno di più fino a soffocare. “Allora ci vediamo, ok?”. Stavo mettendo insieme un discorso su di lei e me e noi, un monologo d’altri tempi che avrebbe ricordato le grandi ed infinite storie d’amore alla Romeo e Giulietta, e univo i pezzi come un costruttore di universi, convinto della mia competenza, esaltato da un immenso talento. Risposi: “Ok”. 

Annuii lentamente, la testa inclinata di qualche grado come avessi un concentrato di forza di gravità appena sopra. Anna si alzò -lasciò l’euro del caffè che provai a ricacciarle dentro la borsa- e se ne andò sorridendo di dispiacere, trattenendo delle lacrime lontane dal pentimento o dalla colpa. Si mosse tra i rumori di cucchiaini e voci ignare del cataclisma appena avvenuto. Guardai fuori il mondo com’era sempre stato, le macchine, le biciclette, il cielo grigio, e mi accorsi che era cambiato. Che ora, senza scuse, lo detestavo.