
Avevo voglia di una commedia, che non fosse legata ad un cinema serio e attento ai riferimenti sottotraccia della trama, ma che comunque provasse ad approfondire un qualsiasi tema, con le modeste e leggere armi, dalle battute alle ambientazioni, che una commedia nasconde nella manica.
Ho pescato “Harry, ti presento Sally”.
Lo avevo già visto il film, e forse più di una volta, ma, sia perché era da poco passato il trentennale (21 luglio 1989, l’uscita nelle sale statunitensi) sia perché rispecchiava proprio i parametri che stavo ricercando, la mia indecisione ha trovato pace in questa scelta.
Non so perché e non so neanche se sia solo una sensazione ingannevole legata al presente inafferrabile, ma le commedie mi pare abbiano subito un’evoluzione simile all’hip hop, che dallo scratch e i temi caldi legati alla vita dei quartieri neri è passato a quei suonacci elettronici e le rime sprofondate in un inutile ostentazione della volgarità. O meglio ancora, ha avuto la stessa evoluzione del viso di Meg Ryan, che da candido e bellissimo che era, è passato, per mantenerlo tale, a una bolla di botox e ritocchi che non hanno fatto altro che rendere il tutto artificioso e poco credibile.
Fatto sta che poche sono le commedie di oggi che riescono a farmi fantasticare sulla realtà che incarnano, difficilmente mi rivedo in qualche personaggio, faccio fatica a creare un legame. Come per il rap, non vuol dire che ogni commedia prodotta in questa anni non mi piaccia o la reputi negativa, solo non ne percepisco più l’animo. La scintilla che brilla e rende il film un film che posso rivedere un milione di volte senza mai stancarmi.
“Harry ti presento Sally” lo ricordavo scintillante, pieno d’animo.
Mi sono messo disteso a letto, ho acceso il pc ed è partita la ricerca su Google; con grande fortuna l’ho trovato diviso in due parti da più o meno quarantacinque minuti ciascuna, su Dailymotion.
Ho premuto play. Parte una canzoncina jazz, che è un buon metodo per conquistarmi senza aver fatto ancora niente: se volete convincermi ad acquistare qualcosa, se volete portarmi in qualche posto, se volete sedurmi, basta che facciate partire una canzoncina jazz anonima di sottofondo; perché il jazz mi piace sempre se di sottofondo.
La storia è quella di due persone, Harry, interpretato da Billy Cristal, e Sally, interpretata appunto da Meg Ryan, che si conoscono in un viaggio verso New York durante gli anni universitari. Quasi arrivati a destinazione, affronteranno il tema che sarà poi il perno di tutto il film: possono uomo e donna essere amici senza cadere nella tentazione del sesso o, se si vuole considerare una tentazione anche quella, dell’amore? Mentre Harry svuota il bagaglio della macchina di Sally, e si apprestano a congedarsi per la prima volta, fuori campo Louis Armstrong e Ella Fitzgerald cantano “Let’s call the whole thing off”. E io mi sono fatto completamente e nuovamente ammaliare.
Nella vicenda che vede i due protagonisti cominciare, dopo una serie di incontri fortuiti, a frequentarsi solo in veste amichevole, date le avventure amorose appena terminate in rotture infelici, il ruolo marginale della città di New York non è così marginale come sembra. Almeno io, che ammetto: ne subisco tutto il fascino cinematografico, ho cominciato a vedere la Grande Mela come il terzo protagonista, o forse il quarto, il quinto, comunque ha una parte che da spessore alle vicende. Infatti, Harry e Sally passeggiano spesso per Central Park, o per le vie della città, oppure mangiano al ristorante, o vanno in libreria; fanno quelle cose che piacerebbe fare a me in quel contesto così universale e, allo stesso tempo, tipico.
Il primo video è finito con la memorabile scena di Meg Ryan che finge un orgasmo a pranzo davanti a Harry, con gli avventori che la guardano interessati e sorpresi, e il secondo è partito con la neve che riempie Central Park, luminarie accese che riempiono le strade e Harry e Sally che comprano un albero. E’ Natale, si vede, si vive e si sente. E io l’ho sentito.
La relazione tra i due protagonisti, che soffrono ancora per le loro relazioni andate o, più probabile, per le nuove relazioni amorose che non arrivano, viene contrapposta a quella dei loro due amici, Jess e Marie. Jess e Marie si conoscono proprio grazie a Harry e Sally, che organizzano un’uscita a quattro, nella speranza che Harry possa farsi coinvolgere da Marie, e Sally da Jess. Ma così non succede, e Jess e Marie scoprono intendersi, per poi mettersi insieme. Marie, per chi non lo sapesse, è interpretata da Carrie Fisher, la principessa Leila di Star Wars: un altro pezzo di cuore.
La conclusione è quella di una commedia, com’è giusto che sia, senza nessun colpo di scena o dubbi lasciati aperti: mica è un film di Nolan. Ma anche in questo, la storia l’ho adorata; e non perché sia romantica al punto giusto o simpatica al punto giusto, ma perché è personale e vera nella sua possibilità.
E’ una storia che si fa comprendere da chi è innamorato, da chi non lo è ma vorrebbe, da chi non lo è e non lo vorrebbe e da chi ha qualche dubbio a riguardo: mi verrebbe da dire da ogni singola persona che cammina da queste parti.
Forse è proprio questa la scintilla?
